domenica 29 dicembre 2013

gli insulti alla ragazza e la mancanza di consapevolezza

Leggo con imbarazzo e tristezza degli insulti alla giovane ragazza malata, la quale ha detto e scritto di essere in vita grazie agli esperimenti sugli animali.
Premetto che da circa vent’anni sono vegetariano, e che da due e mezzo lo è anche mia figlia quasi sedicenne. La mia scelta, allora, è riassumibile nel seguente concetto: non voglio più mangiare esseri viventi. E così ho fatto, faccio, e credo farò per il resto della mia vita.
Non so se questo mi dà l'autorizzazione a dirne qualcosa; rimane inoltre il fatto che non ne ho mai avuto bisogno - di patentini - per dire la mia.
Credo che la ragazza in questione - non aggiungo altro sul suo stato di salute: ne han parlato in molti - abbia il diritto quello che pensa, anche se questo pensare contrasta con molte sensibilità che vedono la difesa degli animali come fondamento della propria esistenza. Molte delle persone che conosco hanno forme di radicalità su certi argomenti: la fame nel mondo, la religione,la letteratura, la violenza d genere, l'ambientalismo, la salute mentale, la politica, l'immigrazione, i diritti delle minoranze, eccetera.
Penso che ciascuno di loro abbia buone ragioni e buoni torti, e che nessuno di loro superi nella computa di questi, nessun altro.
E' forse giusto avere degli ideali, purché si sappia bene quanto ci possono allontanare dall'equilibrio, dalla realtà, dall'impedirci di vedere le ragioni altrui.  
Disapprovo perciò la deficienza di vedute di quei microcefali che l'hanno insultata adducendo le loro misere ragioni, che in questo caso si trasformano in miseri torti.
Non posso concludere senza dire qual'è la mia, di estremità. Sarei al contrario il solito fighetto di turno che guarda le cose dalla parte giusta e sentenzia sulle debolezze degli altri, dando quasi a intendere che lui - io, in questo caso, se non mi dichiarassi - non ne abbia.
Ebbene, io credo che il mondo sia diventato un posto di merda, e che io stesso ne ho responsabilità, nella misura in cui ognuno di noi ne ha. Credo che sarebbe un posto più pulito e amabile se tutti noi praticassimo la meditazione con regolarità. Lo dico perché l'ho praticata per anni, e grazie a questo, ho potuto scoprire quanto fossi intasato, inquinato, farcito, colmo di sovrastrutture, di "mentalità", di ego tracotante, di paure. Non che ne sia esente, adesso; anzi. Ma ne sono pienamente consapevole, senza più infingimenti.
Ecco dunque qual'è il punto, secondo me: la consapevolezza.
Dovremmo esserne tutti consapevoli.
Cristiano

lunedì 16 dicembre 2013

morte, bontà, scrittura

Questi giorni sono caratterizzati dall’attesa di imminenti lutti: ben tre, ad allietare questo dicembre.
Non so se sia giusto parlare di sé, rivelare nomi, circostanze, fatti. Conosco del resto solo un paio scrittori che sappiano farlo dominando le parole; e io non sono ovviamente tra questi ( mi riferisco a Busi e Moresco ).
Dirò solo che sono della mia famiglia, che due di questi sono da collegarsi all’età e uno alla malattia: e che in tutti e tre, il denominatore comune è la certezza della fine, e il sollievo per un’esistenza che non è più tale da qualche tempo.

La morte non è mai ben accolta, e molte persone trascorrono l’intera esistenza temendola, che è quantomeno un errore strategico cui difficilmente si potrà rimediare.
La vita è piena di momenti eterni, salvifici, incantevoli; e parimenti di schifo, dolore, pena: sono appunto momenti, e quindi passeggeri.
Solo la consapevolezza, l’attenzione possono salvarci dallo spreco di quest’occasione unica. Un’attenzione che insegna che c’è una qualità, una verità altra, alta, che non è quel momento, bello o brutto che sia.
Mi piacerebbe concludere parlando della bontà, che ho incontrato poco nelle molte persone che ho conosciuto. Una bontà che può essere confusa con la debolezza, l’arrendevolezza, l’indifferenza, la sottomissione, e che è invece comprensione e compassione, nell’accezione non strettamente cattolica con cui siamo abituati a usarle.
Ecco, nei confronti di queste poche persone, provo un grande senso di pace e di gratitudine, e sento di aver imparato forse molto più di quello che merito.
Posto un racconto che forse non lo è ( tecnicamente racconto ), ma che invito comunque a leggere.



dedicato a mia madre Carla e a Giorgio

SOLE RISCALDAMI

Quando apro gli occhi il torpore si attenua e una spinta vitale mi riporta alla realtà. È una spinta leggera, più simile a una carezza che a un gesto violento.
Ogni volta sento che questo è una sorta di piccolo miracolo quotidiano.
Lo sentivo anche prima, anche quando non ci facevo caso, quando tutto pareva scontato; solo che non badavo a niente: né a me, né al resto. Tutto era un automatismo continuo cui io partecipavo in forma separata, come ci fossi ma anche no, alternando presenza ed assenza, senza scegliere.

Per alzarmi mi metto sul fianco destro e contemporaneamente pianto le braccia sul materasso e spingo le gambe fuori dal letto, ruotando fino a raggiungere la posizione seduta.
Il prezzo delle ore passate quasi immobile nel sonno lo pago subito, appena desto, appena occhi, collo, schiena, stomaco si devono riallineare alla posizione verticale.

Guadagno a fatica la tuta da ginnastica che avevo appoggiata alla sedia e stando attento a non forzare la schiena, la indosso.
È mattina, mi dico.
È mattina e sono ancora qui, penso.
Sono vivo, respiro, e già mi basta.
Basta poco ormai per arrivare alla sufficienza: basta il soffio leggero dell'esistenza, il battito del cuore, la luce del giorno, il profumo dell'aria.

Questa mattina il sole mi accarezza.

Con il suo calore, scioglie la tensione, donandomi una sensazione di pace e serenità.
Ho un rapporto molto attento con il corpo adesso: prima, quasi non mi accorgevo esistesse; mi ci facevo ospitare, lo abitavo, gli donavo momenti di bellezza, in cambio della sua fedeltà. Lo nutrivo e assecondavo i suoi bisogni primari, partecipando distrattamente a questa convivenza paritaria, implicita.
Un rapporto formale, quasi di separazione, di non ingerenza: “ tu non disturbi, corpo donatomi in dotazione dal destino; in cambio io ti accetto e curo la tua manutenzione”.
Ora invece lo accolgo e lo ascolto; mi ci sono affezionato: gentile, disponibile e spontaneo com'è. Ora siamo un unico essere, momentaneamente vivente.
Ho ridimensionato la gerarchia del valore (corpo-mente-anima) in senso orizzontale; facendone un tutt'uno, un'unità che esiste in sincrono, con una dolcezza e un'armonia che mai avevo provato prima.
Convivo con la stravaganza esistenziale secondo cui più si sta male, più ci si accorge di quanto sia bello e prezioso stare bene.
E così la mia storia di adesso si fonda e vive su una contraddizione: sono risorto dall'ottundimento insapore di una vita assente, grazie alla presenza del male.

E ora, quando penso a me, penso ad un me intero, integro. Non sono più un assemblato di componenti diverse messe assieme dal caso biologico.
Ogni giorno è scandito da ritualità necessarie: mi prendo cura di questo corpo ferito, provato. Ogni giorno la mia preghiera, ingiuriosa e blasfema, guidata dalla mistica della necessità, è rappresentata dalle cure attente che mi rivolgo: la mia mano dolce, delicata, va attorno alle ferite, agli herpes, e spalma con meticolosa pazienza la pomata, l'unguento.
Ho oramai la precisione del chirurgo che opera, la pazienza dell'asceta che medita.
Io, sciamano improvvisato dell'autoguarigione, lavoro a cerchi concentrici, zigzagando attorno, vicino o lontano, in periferia o al centro, con i cerotti, le fasce, le bende bianche, morbide.
E in tutto questo, ho ritrovato l'amore non narcisistico.
E' la scoperta del gesto attento, sottile: è il contrario dell'autoflagellazione: è carezza benevola. E quest'amore risiede nel momento presente, nell'attenzione.

Niente più inutili deviazioni: attenzione, semplice attenzione.

La lezione imparata: sì, l'amore è possibile, l'attenzione è possibile.
E però mi chiedo perché non riesca ad esserlo sempre, attento e amorevole.
Spesso, infatti, non lo sono. Spesso sono nervoso, ansioso, irascibile, come quando stavo apparentemente bene.
Ma poi subito mi dico che no, no: non devo ricominciare con le domande, ricadendo di continuo nelle trappole del giudizio, della certezza logica.
Le domande richiedono risposte, che riaprono altre domande, in moto perpetuo, all'infinito. Sembra un inutile esercizio filosofico che offre palliativi patetici, sicurezze incerte, che talvolta quieta la spasmodica ricerca di un senso, ma che in realtà non dà sostanza a niente.
Per come abbiamo ridotto la filosofia - noi esseri umani, genitori degeneri-, questa è diventata la sconfitta della felicità.
Sì, perché il pensiero, il continuo ruminare pensieri, si contrappone all'esistere.
Domande e risposte e domande: l'inerzia si contrappone al fluire.
Non sappiamo più guardare e vedere, senza catalogare l'osservazione stessa; non sappiamo più ascoltare il silenzio, senza sporcarlo con inutili e impossibili definizioni.
Vogliamo definire l'indefinito, dire l'indicibile, rappresentare il mistero. Abbiamo perfino la pretesa, superbi come siamo, di parlare del silenzio.

Mi viene in mente il giorno in cui ho saputo; quando ho ritirato il referto medico nel quale si annunciava la sentenza.
Una frase secca, perentoria e al tempo stesso asettica, neutra, mi definiva con l'aggettivo derivante dalla patologia da cui ero affetto. Sarei rimasto in compagnia di quell'aggettivo per la vita che mi rimaneva.
Ricordo lo stordimento; ero stupefatto, con un foglio di carta in mano, prossimo alla tragedia, allo svenimento, all'annullamento di tutto.
Io, perché?
Perché proprio a me?
E giù in picchiata velocissima. Giù, giù, giù.

Sempre più in basso, fino a vedere, a toccare il nero del mio dramma.
Senza appigli, senza difese, una discesa all'inferno, nel buio ovattato della deprivazione sensoriale di chi rifiuta, non accetta, non trova giusto e non vuol sentire, sapere.
E più cadevo, più le vertigini mi facevano vorticare a spirale come in un incubo, in una visione allucinata, in un film in cui si voglia rappresentare il percorso che porta all'oblio di sé. Lo stesso principio dello svenimento: quando si raggiunge uno stato intollerabile il corpo si difende togliendo intensità, lasciando un vuoto che renda sopportabile l'insopportabile.
E quindi.

Stato depressivo, convivenza forzata col proprio personale lutto.

A lungo, molto a lungo.

Trasformazione dilatata del tempo che si allunga fino al parossismo.
In quello stato ogni istante è lungo perché inutile; qualsiasi cosa è inutile perché senza significato, qualsiasi persona è fonte di invidia: perché lei no e io sì?
Perché l'ingiustizia si vendica con cieca e gratuita crudeltà nei miei confronti?
E poi, se si riesce a sopravvivere allo squarcio delle illusioni, anche questo lentamente passa, concede spazio alla consapevolezza che bisogna farsi aiutare.
Questo, quando funziona, innesca un lento processo necessario all’acquisizione della fiducia: bisogna affidare il proprio corpo, la propria vita, al sapere scientifico: pur sapendo che la scienza è per definizione inesatta, che la conoscenza è transitoria e destinata per sua intrinseca natura al tradimento, dalla successiva scoperta che non sarà mai definitiva, ma sempre un'eterna approssimazione.
Apertura, rinascita, ricostruzione.
Ho iniziato ad accettare, a stare meglio.
Ci si chiede, io l'ho fatto, cosa sia la morte, quanto tempo resta, cosa ci si perderà di questa vita imperfetta a cui ci si attacca come agonizzanti sopravvissuti.
Ci si trova morbosamente attaccati a qualcosa che prima nemmeno ci si accorgeva di avere.
Si è costretti a sbagliare bersaglio, argomento, obiettivo.
Sì: ci si pone le domande sbagliate, si capovolge il senso naturale della prospettiva.
Infine ho intrapreso un cammino assieme ad altre persone - un lungo cammino-, in cui ho associato medicine a parole, pensieri a fatti, sentimenti messi a nudo a dichiarazioni di debolezza e di forza.
Ho capito che dovevo ammettere di avere paura; sentivo di doverci convivere, di doverla giocoforza abitare.
Ho intimamente compreso che l'ammissione della propria debolezza è in realtà l'esordio della propria forza: solo chi ammette e accetta ciò che è, interamente, senza escludere una sola cellula di sé, può dirsi totale, completo, unito.
È un'unione sbilenca, lo so; è precaria, instabile, ma ha il sapore della verità, provata sulla mia pelle.
Unisce in un unico contenitore la parte sana a quella malata, da cui sorge una nuova forma vivente vicina al tanto agognato, in quanto assente, equilibrio.
E allora ho cambiato di nuovo presupposto e mi sono posto altre domande. Non più cos'è la morte, ma cos'è la vita.

Non mi sono più chiesto quanto mi rimaneva da vivere, ma come potevo dare finalmente qualità, vitalità al tempo che mi restava.
Pian piano, passo dopo passo, senza esserne immediatamente cosciente, sono entrato in uno stato che assomiglia alla grazia, un po' forzata e posticcia, dell'accettazione.
Il tempo, le cose, le emozioni, le sensazioni, hanno iniziato ad avere un gusto nuovo.
I miei occhi hanno iniziato a vedere in modo diverso, a percepire nuovi colori, nuove sfumature.
Le mie orecchie, il mio naso, tutti i sensi sono come risorti e hanno cominciato a cogliere la straordinaria, e al tempo stesso semplice e banale, potenza e meraviglia della realtà.
Una realtà scaturita dalla coscienza che quella creduta fino a quel momento, non era la realtà, ma una comoda illusione fondata sull'accumulazione culturale, politica, psicologica.
Il segreto interiore di chi si risveglia dal lungo sonno è la capacità di vedere con rinnovato spirito ciò che esiste, senza deformazioni o interpretazioni.
Vivere quel che la vita è, non quello che dovrebbe essere.
Questa la storia che mi porta all'oggi, al difficile percorso di chi deve affrontare una storia terribile, ma che comunque, palese o incomprensibile, ha un suo senso intrinseco.
Non so se potrei dichiarare di essere contento così; anzi, sicuramente no, avrei preferito accostarmi in altro modo a me stesso, ma ho imparato che questo è uno dei modi possibili. Adesso sto al mondo con leggiadria e scioltezza, come viene, senza pensare a ciò che per gli altri possa significare.
E so che devo migliorare il mio saper stare con gli altri.
So che quando giudico, mi arrabbio, mi chiudo, non posso incolparli: devo fare i conti con la mia diretta responsabilità.
Porto a spasso i segni di quello che sono senza più disagio, stando attento a non ostentare, ma neanche a nascondere a tutti i costi.

Alcune volte passeggiando incontro conoscenti, e capita spesso che queste mi rivolgano complimenti particolari: “ ti vedo bene: cioè molto magro ma sereno, con uno sguardo diverso, rilassato”.
Queste persone mi riportano alla contraddizione del mio status, mi aiutano senza saperlo a ritornare al presente, al benessere semplice, alla malattia salvifica.

Domattina faccio gli esami del sangue e ritiro gli esiti di quelli della scorsa settimana.
Come uno che ha una dipendenza da gioco, fremo per i miei numeri; quei numeri dai quali dipenderà il mio essere sereno, o depresso, nei prossimi giorni.
E anche se vivo ogni nuovo giorno con gratitudine, come chi assiste ad un miracolo, c'è l'ansia di scoprire se questo durerà ancora a lungo o se si sta esaurendo; se dovrò aumentare i farmaci che, veleno, stordiscono stomaco e fegato.

Il mio culo, spesso piagato dalle conseguenze della terapia, ha bisogno di calma, di pause lunghe, di intervalli che gli consentano di rimarginare le ferite.
Sangue, tessuti, viscere, carne, ossa, il frullato perfetto di cui è composto il mio corpo paga, risponde a quei numeri, a quei valori.
Ormai sono un guardiano accorto e, come un addetto alle trasmissioni in tempo di guerra, capto e traduco qualsiasi segnale in anticipo: so cosa succederà e come dovrò agire di conseguenza.

Il dolore carnale mi è servito ad imparare lezioni concrete.
Le reazioni rabbiose degli organi offesi servono a segnalare, attraverso il malessere, un chiaro monito alla moderazione, alle sane abitudini.

E' singolare come lo stare bene, quando si sta male, crei nuove dipendenze, nuovi bisogni: ho totalmente eliminato qualsiasi fonte di disequilibrio, tendendo, spesso rigidamente, alla disciplina.
Certe volte mi chiedo come possa essere vista, da fuori, la mia malconcia estetica malata.
Mi capita, quando mi curo, di osservare con maniacalità un pezzo di carne rinsecchito, il colore opaco e scuro di un ematoma, la fluorescenza rossastra di una ferita; mi accorgo di amare quello che vedo perché è una parte di me, un segno del mio vissuto.
Quando ero ragazzo le brutture sporcavano la mia sensibilità di perfezionista; nei, lentiggini, peluria, erano un'inaccettabile scortesia nei confronti del bello.
Con l'andar del tempo, invece, mi sono ritrovato a baciare, leccare, ogni forma di “escrescenza” che trovavo nelle persone che ho amato.
Mi ha colpito e quindi la cito, la dichiarazione di una donna che stava con un tizio famoso, la quale alla domanda “ ma cosa ama di lui?”, dopo aver brevemente pensato, ha risposto “ i suoi difetti!”.


Mi guardo allo specchio; nudo, vestito, in mutande, e cerco di carpire dal riflesso, come mi presento, cosa svelano i miei segni, quali storie il mio corpo racconta.
Capisco allora, ogni volta, che dipende soprattutto da chi si ha di fronte, da chi c'è dietro agli occhi che ti guardano; quali esperienze, quale sensibilità abbiano; cosa sappiano vedere, guardando.
Tra poco ci sarà lo scambio di massaggi con mia moglie: io massaggio lei, lei massaggia me. Ci facciamo di frequente questo regalo che rilassa e scioglie le tensioni, i grumi attorcigliati e tirati dei blocchi che, giorno dopo giorno, accumuliamo e mandiamo in zone remote a formare un puzzle che poi diventa malattia.

Anche questo rito è cosa da poco, ma sembra un lusso, una concessione di tempo che ci convinciamo sempre di non avere, e che magari sprechiamo con abitudini stupide ed inutili.
Questa mattina il sole scioglie il freddo del cuore, dello stomaco, e restituisce allegria e gioia. Tra un'ora o forse domani pioverà.
E io voglio solo godere del caldo del sole quando c'è; e quando ci sarà la pioggia voglio goderne il rumore, il ritmo; quando tocca alla nebbia il mistero; e con la neve il candore e la sofficità.

Qualsiasi situazione è destinata a passare, qualsiasi stato d'animo è transitorio; dipende solo da me esserci, notarlo, goderlo, apprezzarlo perché non farà niente per farsi notare: esisterà semplicemente e sarà sempre a disposizione.
Sarò io a renderlo immortale, unico.
Per l'anno a venire prevedo trecentosessantacinque giorni.

Non so se li vedrò tutti, anche se lo vorrei.
Eppure la malattia mi consiglia di guardare l'oggi, di vivere ogni istante con pienezza.
Il futuro è materia ostica, esiste per rimandare ad un indefinito dopo la responsabilità di come si è ora.

Allora concludo dedicando un pensiero proprio a questo : dipende da me ogni singolo, prezioso momento della mia vita.

lunedì 25 novembre 2013

giornata contro la violenza sulle donne

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Da anni mi occupo di giovani donne, e talvolta anche di donne che hanno subìto o assistito a violenza.
Posto un brano di un mio racconto contenuto in “homo spiens nord est” che mi pare affronti il tema. non è completo, ma già così è abbastanza lungo, per cui corro il rischio della parzialità. 


“…

La verità taciuta


“  Questa storia è tratta dal diario di una ragazza.
È una ragazza qualunque che ha deciso di dire finalmente la verità che ha nascosto per molti anni.
Di solito tace e lascia che il mondo sia guidato da altri, mentre lei ci si fa condurre.
Ma oggi guida lei, decide lei la direzione; è padrona, e può disporre del suo dire o del suo tacere come meglio desidera. 
E proprio oggi ha deciso di dare luce alle zone d'ombra, di dar voce all'urlo che l'assorda seppur muto.
Parla con un amico di cui si fida.
Sente di poter toccare quel punto duro, scuro, che le fa visita ogni giorno, ogni istante, per avvolgerla e portarla, anche se lei non vorrebbe, con sé. Questo si manifesta con la paura, l'incapacità di credere, di fidarsi, di stare con gli altri, di sopportare la propria ingombrante presenza di donna che sopravvive pur non sapendo vivere.
E così una timidezza vigliacca la soffoca, per poi scatenare una rabbia furibonda con i pochi esseri umani più deboli che incontra, e che la costringe a temere, senza rispettare, tutti gli altri.
Questo parlare somiglia ad una ferrata in montagna: ogni passo è incerto, calcolato, rischioso, e insieme soddisfacente, liberatorio. E piano, con cautela, ci arriva.


Parla di suo padre.
È un uomo cattivo e non c'è nient'altro da dire; ma oggi sì, c'è dell'altro, c'è la verità creduta; e anche se non è detto sia quella vera, è di certo quella che lei percepisce come tale.
Quella su cui ha basato le sue fievoli certezze, sempre pronte a franare.
Lui è cattivo, e poco altro. È un debole e ha sempre bevuto molto, troppo: un binomio perfetto per allearsi con una cattiveria posticcia, gratuita, e perciò prevaricante. 
Pochi giorni prima, insieme all'amico, stava decidendo il da farsi sullo spostamento della madre in cimitero: dopo un tot di anni, è di prassi spostare le salme.
In questo caso, una prassi amministrativa quanto mai sconfinante nell'intimo, nei ricordi, nella speranza che almeno lei, la madre, avesse trovato il meritato, definitivo riposo.

Pochi giorni  prima era col telefono in mano per cercare di capire esattamente cosa dovesse fare.
Oltre ad avere le dettagliate istruzioni del caso, ha fatto un'incredibile scoperta.
Era insieme all'amico, al telefono, che chiedeva informazioni per lei. Parlava a una voce senza volto che rappresentava, in quel caso, una funzione.
Quella voce senza volto, quella funzione li avevano spediti, per poco, in una dimensione di incredulità, come fossero gli attori di un film, o le vittime di uno scherzo di cattivo gusto.
“il signor B********* non è morto. A me risulta abitante in via S******, dove ha sempre abitato”
Quel padre cattivo, beffardo, era risorto. Quel cane rabbioso aveva raggirato perfino la morte. Per alimentare le ansie, per confermare l'immortalità dell'orrore, della paura pura, senza attenuanti e pensieri razionali  consolanti.

Un anno prima, dopo che era stato ricoverato in fin di vita e la ragazza era stata invitata dalla zia, sorella di lui, ad andarlo a trovare: al suo rifiuto, fredde maledizioni. Poco dopo, il giorno successivo, era arrivato un messaggio al telefonino, mittente la stessa zia, che diceva di non preoccuparsi più, che tanto lui era morto.
Un anno prima di quella telefonata.
Quel giorno, diceva all'amico, non riusciva proprio a capacitarsi di come la zia, sorella di quell'uomo, suo padre, quel bastardo cattivo, potesse pretendere che lei lo andasse a trovare dopo anni che non si erano più visti e sentiti, e dopo quello che lui le aveva fatto passare.
L'amico non sapeva con esattezza cosa le aveva fatto passare; sapeva però cosa fanno passare molti padri e madri ai figli. L'aveva letto giorni prima su una rivista di psicologia.
Ed era sempre meno sottile, meno sfumata, meno sofisticata, la violenza. Era ormai manifesta, impudica, priva di sottigliezze psicologiche. Era pura rabbia travasata, trasformata in paura e angoscia, la cui unica scappatoia, è la convivenza consapevole.
Non si guarisce, non c'è possibilità di essere come gli altri; al massimo, si può sembrare come gli altri.
L'articolo finiva in modo da lasciarlo sgomento.
Diceva che questo punto non incontra molti favori in costoro. Era difficile, per le vittime, capire che non esiste un “essere” cui ambire. Ciascuno ha le stesse paure, le stesse angosce, le stesse insicurezze; cambia semmai la capacità di conviverci. Insomma, la tanto ambita uguaglianza, quella che loro pensavano essere incarnata dalle persone normali, che mai avevano subìto violenza, era una convenzione sociale mitizzata.

Arrivano al cimitero della madre, morta quando lei era ancora bambina piccola.
L'ultima volta che è andata a trovarla, sulla lapide ha trovato un foglio scritto a penna. Diceva che il primo conoscente che passava di là, avrebbe dovuto contattare l'ufficio preposto per le pratiche di riesumazione della salma.
Non ha raccontato al collega che effetto le aveva fatto leggere che sua madre era una salma.
Sua madre non c'era da così tanto che poteva essere soltanto un ricordo idealizzato. Incarnava tutto il bene che non aveva avuto. Rappresentava tutti i sogni finiti quando, incolpevole, era morta.
Era la mamma che tutti sognano.
Non poteva perciò essere la mamma che l'aveva lasciata con quel padre cattivo.
Non poteva essere, eppure lo era. Una contraddizione che scarnifica la pelle, che penetra la superficie e s'infila dove vuole lei, dove fa più male.

In prossimità del casello della città esordisce iniziando la frase con “pensa che”. 
L'amico deve forzarsi di “pensare che”: lei è piccola, poco più di sei anni.
Devono uscire e il padre non trova le chiavi.
Non le trova e s'arrabbia.
Gli monta una rabbia cieca, senza ragioni che non siano la rabbia stessa, che deve uscire come schiuma, e schiuma la bocca e diventa notte sullo sguardo.
Cane rabbioso, lui, vede la vittima, lei.
Lei si è stretta sulle sue spalle, che alza per incassarvi la testa e nasconderla più che può.
Alla sua destra, dietro la schiena, il muro adiacente alla porta d'ingresso del sozzo appartamento.
Lui prende un ombrello col manico di legno e glielo punta alla tempia, dalla parte della testa opposta al muro.
Lei è schiacciata con l'orecchio piegato verso dentro, dalla parte del muro, e con la punta dell'ombrello dall'altra.
Le intima feroce di tirar fuori le chiavi, di dirgli dove cazzo le abbia messe: DI DIRGLIELO PORCA PUTTANA!!
Lei è terrorizzata, muta, in black out.
Anche i pensieri lo sono.
Tranne uno.
L'unico sopravvissuto nella bolla vuota e nera che ha in testa.
Dice “controlla in tasca papà”.
Lui dice “no cazzo non son mica scemo dio can”, ma in quel preciso istante, la mano, autonomamente, lo fa;  fruga in tasca e ne tira fuori le chiavi che tintinnano senz'allegria.
C'è un istante di pura immobilità in cui tutto è fermo, inerte.
Il tempo, i pensieri, il male: tutto sospeso.
Un attimo dopo lui crolla.
Scivola sulle proprie ginocchia e da quella posizione le chiede scusa, strofinandogli la faccia sui vestiti, piangendo un pianto sporco, le cui lacrime odorano di merda e di piscio e di bile e di alcool e di pillole.

Mentre raccontava, lei era regredita fino a ridiventare quella bambina.
Mentre parlava, guardando distante l'orizzonte vicinissimo a causa di una nebbia crescente, aveva il tono di chi non sa collocare quel terrore fuori di sé.
L'amico taceva.
Ascoltava.
Accoglieva disgustato la trasmissione del suo disgusto.
Le chiedeva se in lui ci fosse mai stata una traccia di pentimento.
“Sì, forse c'era”, risponde lei. Ma lo dice con un tono che ne sancisce l'inutilità, il ritardo, l’irrilevanza.

“Era cattivo!
Ho ancora la cicatrice sulla fronte di quando mi ha sbattuto con una spinta distratta contro l'angolo del tavolo da cucina. Lo faceva, e se ne pentiva. E un altro segno che per fortuna non sono costretta a guardare, proprio qui sulla schiena, vicino a dove finisce la colonna vertebrale.
E poi dei segni dentro di me. Come quando mi costringeva a guardare mentre penetrava mia madre. Lei stava già morendo fisicamente, la malattia se la stava mangiando. Mi guardava, lui, perché lei girava la testa dall'altra parte; aveva uno sguardo quasi tenero, come volesse farmi capire che l'amava ancora, anche se lei faceva schifo. Come a dire che potevo fidarmi, che lui amava per sempre”.

L'amico, seppur muto, concordava: era cattivo.
Di una cattiveria che non aveva mai conosciuto. Sapeva, perché lo aveva letto in quell'articolo, che la cattiveria esiste in ognuno di noi. È uno stato naturale, che può anche salvar la vita, cancellato però dalla morale che la nega e la relega all'altro: mai a sé.
Ma non l'aveva mai sfiorato a quelle profondità.
La nebbia si faceva sempre più presente, inghiottendoli.
La città era sparita, nascosta dentro quel vapore freddo.
Ad un certo punto non sapevano più dove fossero.
La nebbia aveva cancellato i confini e, senza preavviso, insieme, avevano iniziato a ridere del fatto che si erano persi.
Perdersi aveva tanti significati, quella mattina.
Ridevano, avevano chiesto informazioni, erano tornati in carreggiata.
Dopo essersi persi, in fin dei conti, non si può ritrovarsi.

Il cimitero era grande.
Immerso nella nebbia il cancello d'entrata  li accoglieva, finalmente.
Sbrigavano le questioni burocratiche efficacemente.
Tornavano in auto leggeri.
Partivano trovando subito la strada.
Uscivano dalla città e lasciavano là il cattivo.
Non disturbava più ormai.
Ora parlavano d'altro e  tacevano, anche, senza più peso.

La mattina sfumava ed era l'ora dei saluti.
Facevano ancora un pezzo di strada insieme e poi ognuno andava per la sua strada.
Quando l'amico era rimasto solo, ripensava a quel che si erano detti.
Una sensazione che non aveva forma stava per diventare una domanda: dove poteva depositare, tutto questo peso?
Non lo sapeva di certo; quel che sapeva, è che doveva in qualche modo digerirlo e trasformarlo in energia.
Dopo un po' ci si abituava all'abisso degli altri, diceva l'articolo.
E però non si smetteva mai di vibrare ad ogni nuova emozione, pena la fine della possibilità di entrare in relazione.

Decideva così di scrivere una lettera alla rivista.
L' articolo suggeriva che uno dei metodi migliori è scriverne. Diceva che la scrittura aveva il potere di trasformare quelle angosce, di alleggerire il carico emotivo di chi ne veniva in contatto.
E così aveva fatto: una bella lettera che però non aveva mai vista pubblicata sulla famosa rivista.

…”

domenica 17 novembre 2013

Franco Arminio a Venezia

Incontro con Franco Arminio

Sabato sera in una libreria gremita - la Marco Polo di Venezia, piena di gente  seduta, in piedi e fuori -, l’incontro con Franco Arminio, poeta e persona straordinaria, contraddittoria, dalla mistica involontaria.
Lo confesso: temevo di rimanere deluso dopo anni quasi mai deludenti di incontri e letture in rete; si sa che le persone e i personaggi che incarnano, quasi mai vanno d’accordo.
In questo caso invece no, la concordanza c’è, e supera le aspettative - si dovrebbe aprire una parentesi sul cinismo e la diffidenza che ci abita a causa dei tempi moderni, dei trasformismi, della finzione cui la vita pare costringerci, a cui ci si può ovviamente ribellare essendo disponibili a pagarne il prezzo -.
L’uomo e il poeta grafomane convivono in un unicum; convivenza resa possibile solo in caso di arresa, di accettazione di quel che si è, di armonia con la propria precarietà.
Tutto il racconto di Arminio - paesologo, non-scienza che vede in lui il maggior e unico esperto, anche se si sta formando un corpo docente di tutto rispetto - segue le direttrici del fare qualcosa per fermare l’assurdità del vivere attuale, per interrogarsi, per stare insieme e mettere le basi di una rivoluzione dello status quo, che nessuno sa come si fa, ma per il solo fatto di stare insieme, si è già iniziato.
Il paesaggio geografico e quello interiore vivono e muoiono in simbiosi: nevrosi, psicosi, bellezza, sofferenza, gioia, dolore viaggiano paralleli dentro e fuori.
Si può fare paesologia andando in un paese, sedersi su una panchina,  passeggiare, guardarsi intorno, ascoltare, parlare, toccare; donando e ricevendo coi sensi e coi sentimenti e con le emozioni ciò che il posto ha e è.
E intessere così relazioni col mondo, con gli esseri umani, con la terra e l’aria e gli animali.
Soli si muore, e in solitudine.
Mi è parso di capire che chieda solo di essere pensato, scritto, disegnato, comunicato, ricordato, e soprattutto abbracciato.
Ecco, la rivoluzione potrebbe iniziare dai sorrisi, dagli abbracci, dal finirla di nascondere le proprie ferite, le debolezze, le fragilità.
Arminio è un monaco che ha bisogno d’amore: ricevuto e donato.
E ne scrive compulsivamente
E non se ne vergogna.
E io lo ringrazio per questo.

venerdì 15 novembre 2013

Librai per un giorno

Iniziativa a Venezia il 30 Novembre

Continua la collaborazione tra librai e scrittori. Dall'evento "Venezia città di lettori" sono scaturite diverse idee: la partecipazione attiva ad "art night" con la staffetta librerie-scrittori, il progetto "piccoli maestri" - vedi link -, e adesso quest'ultima.
Alcuni scrittori saranno in libreria e consiglieranno letture agli avventori.
Io sarò a Mare di carta alla mattina. Ho pensato di proporre, vista la caratteristica della libreria, specializzata in libri di mare - di cui so molto poco, e quel poco è già presente negli scaffali della stessa -, di affrontare il tema del viaggio: sia esso classicamente inteso, oppure nella versione del "viaggio interiore". Scartati appunto i classici, che uno conosce già, ho ritenuto di proporre alcuni dei libri che ho amato, che c'entrano col viaggio, e che magari sono meno richiesti, soprattutto in una libreria specializzata.
Ecco la lista di libri che ho concordato con Cristina Giussani:

- Shantaram David Gregory Roberts Neri Pozza
- Signore delle lacrime Antonio Franchini Marsilio
- La lucina Antonio Moresco Mondadori
- 2666 Roberto Bolano Adelphi
- Middlesex Jeffrey Eugenides Mondadori
- Verso la libertà interiore Jiddu Krishnamurti Guanda
- Il libro dell'inquietudine Fernando Pessoa Feltrinelli

mercoledì 13 novembre 2013

grandi navi a Venezia

Poche considerazioni sulla questione grandi navi.
Ho l’impressione in questi giorni di assistere ad un braccio di ferro tra chi ha tirato un sospiro di sollievo per la loro progressiva sparizione dal bacino di San Marco, e coloro che sostengono che questo porterà a un impoverimento di ordine economico.
Personalmente sono contrario al passaggio delle navi, ma questo non mi impedisce di riconoscere le ragioni di chi non la pensa come me.
Credo però che non andrebbe dimenticata la questione di fondo: la  precisa responsabilità di una classe politica che ha al solito giocato sporco.
Provo quasi vergogna a scrivere così, per quanto è banale e ripetitivo ma purtroppo non posso fare altrimenti. Devo ricordare che non possiamo dimenticare il dramma collettivo vissuto col cvm; non possiamo in nome del lavoro scordarci che se di lavoro si muore, allora non ne vale la pena; non possiamo non avere a mente che la salute è qualcosa di più complesso di una semplice, apparente assenza  di malattia.
Mi è insopportabile l’idea dei danni che potrebbe creare un pur anche banale incidente di una nave di quelle dimensioni. E onestamente non ne posso più di sentir dire che la gente paga per vedere il panorama di Venezia ad altezza grattacielo. Sono tutte scuse, tutti pretesti per giustificare la debolezza di una pianificazione strategica a monte.
Quando si concepisce un’opera di queste dimensioni, bisognerebbe pensare a tutto, e in primo luogo alla salute, all’impatto che avrà, alle possibili conseguenze. Ma purtroppo non è così. Come insegna di recente il Mose, l’unico interesse è l’interesse economico.
E come sempre accade, si riversa tutta la responsabilità a chi dice “no, non ci sto!”.
La questione del porto turistico, va pensata a monte. Non sono i manifestanti ad avere la responsabilità di possibili perdite economiche, dei licenziamenti: no!
Sono di coloro che amministrano! Ma perché non lo capiamo, perché non chiediamo loro di rimediare, e nel caso di pagare in prima persona?
Perché accettiamo di fare i soldatini di una guerra tra poveri?
Perché accettiamo di non avere risposte a questi perché?

Cristiano Prakash Dorigo
Venezia

venerdì 8 novembre 2013

incipit futuribile

Questo potrebbe essere l'inizio di un lavoro che adesso mi spaventa, perché mi pare senza fine.
Mi aggrappo così all'idea che tutto ciò che inizia, prima o poi finisce.
Prima di questo però, ce ne sarà un altro.
Forse.

"...
La strada in discesa è ripida, piena di curve e tornanti.
All’interno della fiat 124 1200 cc. bianca, mia madre guida stando vicina al volante, al punto da abbracciarlo, quasi. Altra caratteristica è quella di tenere  quasi sempre il piede sulla frizione, come appoggio. Accanto a lei mio nonno, anche lui, come tutti gli altri di famiglia, senza patente: gli anni settanta, le avanguardie, le istanze femministe, producono anche questa piccola rivoluzione: l’unica autista di famiglia, una donna.
Sul sedile posteriore mio fratello, mio zio - il fratello di mia madre ha un anno più di me, uno zio-fratello - ed io, l’intero divano a disposizione, la seduzione della finta pelle, l’aria che entra dai finestrini, le montagne immense coperte di verde dal fitto bosco, rendono l’estate una sempiterna vacanza umorale.
Procediamo lungo la discesa, una curva dopo l’altra, tornante dopo tornante, il fischio dei freni, il rumore ferroso della marmitta, la forza centrifuga che ci spinge da una parte all’altra, che ci avvicina forzatamente, come tre fratelli che si stringono per contrastare gli elementi.
All’improvviso uno scossone, una sterzata nervosa, il piede che preme il freno, su e giù, con energia, senza trovare riscontro.
Mia madre che dice che il freno è partito, non risponde, il piede su e giù. Mio nonno le dice di scalare le marce, “SCALA LE MARCE” urla, scala!
Le rocce contenute dalla rete metallica sulla destra, il guard rail e la valle giù in fondo al burrone sulla sinistra, sono una minaccia concreta.
Mia madre scala le marce quarta-terza-seconda, il motore urla, l’auto rallenta a fatica. Il motore sembra gridare il suo dolore, sembra dire che è oltre il suo limite meccanico, tossisce, sputa, scatarra.
A breve distanza s’intravede un piccolo tratto di piano, appena dopo la curva a destra.
Mio nonno si era appena voltato, ci aveva guardato, aveva sorriso.
Poi si era rigirato troppo di scatto per confermare quel sorriso.
Mia madre urla “ATTENTI BAMBINI TENETEVI SALDI”, e l’ultimo tratto della discesa si avvicina sempre più alla rete che tiene le rocce sulla destra. Appena inizia il tratto pianeggiante, vede una piccola rientranza per le soste, sterza a destra, striscia la fiancata, le rocce rallentano la corsa fino a fermare l’auto.
Mio nonno è bianco in viso, ma si volta e ci rassicura che va tutto bene.
Mia madre affonda il viso tra le mani aperte, singhiozza, s’arrende e s’affloscia quasi, al sollievo.
Mi alzo e cerco di passare tra i due sedili anteriori e raggiungo non so come mia madre.
Le carezzo la testa, la spalla, e le dico di non preoccuparsi, che ci sono qua io con lei.
Lei alza la testa, si volta verso di me, mi sorride un poco, mi carezza lasciando una scia umida di lacrime..."

martedì 5 novembre 2013

before midnight

Sabato sera sono andato al cinema a vedere "before midnight".
È il terzo episodio di una serie che probabilmente non si concluderà con questo, e racconta la storia di una coppia quarantenne alle prese con la manutenzione della propria storia d'amore, minata da incomprensioni e vicissitudini, che chiunque ne abbia esperienza diretta, conosce.
Ci sono elementi legati al rapporto uomo-donna che sono eterni e irrisolti, e che, sfiorando luoghi comuni e verità universali, vengono raccontati con delicatezza e un certo stile.
Appunti sparsi:
Lei vorrebbe cambiare lui, lui non vuole;
Lui vorrebbe che lei rimanesse quel che è e lei se ne sente oppressa;
Lei pensa che "lui non capisca", lui pensa che lei non " capisca che lui la capisce";
Lei gli dice che spesso si sente sola, lui pensa di fare tutto ciò che può perché ciò non accada;
Lei pensa che lui prima o poi si stancherà di lei, lui pensa di no;
Lei crede che lui abbia approfittato di momenti di libertà per scopare altre donne, lui le risponde che ama solo lei;
Lei gli chiede se lo amerà per sempre, lui non risponde nel modo che lei si aspetta;
Lui le dice che l'ama, lei pensa che lo dice sempre nel momento sbagliato e magari per un secondo fine;
Si feriscono rinfacciandosi verità parziali eppure autentiche.
Insomma: le solite incomprensioni di coppia a cui pare non ci sia rimedio. Da sempre.

Lei mi è sembrata una straordinaria attrice, lui un po' meno.
Non dirò la ragione, ma mi è piaciuto, pur riconoscendone le imperfezioni e la prossimità ai luoghi comuni di cui sopra.

Posto un estratto dal primo racconto del mio ultimo libro che presumo parli di quel che succede nella realtà. A volte le storie durano, altre finiscono, altre ancora fingono di esistere, certe altre si stabilizzano sull’apparenza.
Del resto la vita non è un film, nemmeno un romanzo, e tutto è molto meno letterario, coraggioso, avventuroso di quanto ci piacerebbe credere, inducendo confronti e ripicche perché quello che è non è mai come si pensa dovrebbe essere.

"...
Mi guarda stupita. Tace, per la prima volta da quando la conosco, non apre bocca.
“ Quando ho conosciuto Sara, ho sentito per la prima volta una totale fiducia nei confronti di un'altra persona. Ho sempre faticato a lasciarmi andare, ma con lei ci sono riuscito.
Con lei potevo dire tutto, fare tutto. Con lei potevo tacere e lasciare che il silenzio comunicasse per me.
Con lei tutte le porte erano sempre aperte, tutte le ore erano tempo buono, sano. Con lei ho creduto di capire cos'è l'amore.
È stato per questo che mi sono lasciato arrivare qui e ho deciso, prima volta in vita mia, di provarci. Mollare tutto è stato semplice, come lasciare qualcosa di cui non ci importa niente. Poi non so cosa succeda, ma le circostanze modificano un poco per volta gli assetti senza che ce ne sia una esatta percezione.
Lentamente, come il movimento della terra, ci si trova da un'altra parte, si sottrae qualche parola, si tralascia qualche abbraccio, si tengono con sé piccoli segreti. E così, una promessa, diventa delusione, e l'amarezza colora di grigio tutto, sbiadendo le tinte, sempre più smunte.
E allora, di nuovo, torna la sensazione di amaro, il mattino diventa di nuovo fatica, la complicità si affievolisce e la noia ci mostra i piccoli anfratti in cui ci si tuffa quando si vuole avere ragione a pensare che le cose non vanno più bene, hanno perso sapore, e quei difetti, quelle piccole crepe, si allargano e diventano buchi, e poi voragini.
E torni a pensare che non sei fatto per la vita di coppia, che le tue debolezze, il tuo bisogno di star solo, la tua inadeguatezza, hanno vinto di nuovo e che sempre sarà così. Pensi che non riuscirai mai a portare a termine nulla e che appena il traguardo, la meta, si manifesta, tu prendi una deviazione e vai, sapendo che non potrai più tornare.
..."

venerdì 1 novembre 2013

recensione homo sapiens nord est - dal blog libereditor -

con l'uscita dell'ebook il libro vive una seconda vita.
Immagino sarà tormentata quanto la prima, e non mi dispiace, in fondo.
Ecco una bella recensione, di un bel blog: libereditor.


Inarrestabile lava 

Il pomeriggio è stato un tempo senza tempo. E’ scivolato lungo i doveri che una casa richiede. Il senso di questa giornata si farà viva forse stasera, con la saggezza e la quiete del buio. So già che domanda e risposta verranno da sé, nascendo da luoghi cui non posso accedere, ma che devo soltanto accettare. Le intuizioni non hanno scorciatole e non usano trucchi. Sono semplici e quando vengono, le si riconosce subito, poiché lasciano una scia di verità autentica. D’inverno il buio arriva presto, circonda le case, si cala sulle strade come nebbia inconsistente oscurando la prospettiva visiva e calmando la frenesia interiore. Questa sera non sono uscito, preferendo stare a casa solo, in silenzio; sentivo che sarebbero giunti segnali, da tradurre in azioni, in scelte. … 



















homo sapiens nord est
Quindici racconti, due capitoli: storie a nord est, sensi a nord est. Monologo lirico, a solo per voce, poema filosofico, delirio, visione, sogno allucinato… Lo spettacolo della verbalità umana sfrenata affascina perché forse solo essa può riprodurre con sempre nuova inventiva lo spazio interiore delle nostre menti. Colpisce il ritmo lacerato e folgorante di questi racconti, che travolgono e mettono a fuoco una realtà che a volte infastidisce, ma che al contempo si mostra affascinante e impetuosa. Il testo di Dorigo non conosce la pausa, la calma e la tregua degli a capo. E’ un’acuminata, inarrestabile e fluente lava che non segue nessun movimento, rettilineo o circolare o a spirale: non prende le mosse da un punto per arrivare a un’altro. E’ il seguito di linee sospese e intermittenti, di repentini cambiamenti di tono. Trascina con sé, in un unico e prezioso impasto, una massa di materiale dissonante e stridente, una serie di frammenti scomposti…
Cristiano Prakash Dorigo, Homo sapiens nord est, Mare di carta, 2012.

mercoledì 30 ottobre 2013

Festival dei matti 2013

Anche quest'anno il festival dei matti. E anche quest'anno, ancora, parteciperò, collaborerò, ne parlerò. Il festival - concepito, sviluppato, faticosamente tenuto in piedi da Anna Poma - è stato pensato in origine per discutere di un argomento di cui nessuno ha voglia di discutere: la follia, nei suoi risvolti sociali, nel suo far parte e contribuire al potere di una certa parte, a discapito di quell'altra che quel potere lo subisce, per dire, sottovoce, ma anche urlando se serve, che la follia è parte di ciascuno di noi, e non viceversa - nel senso che si vorrebbe ghettizzarla al malato di mente conclamato e in cura, cosicché la società, che poi saremmo noi, ciascuno di noi, abbia da non curarsene, salvo poi scoprire, laddove la si incrocia, la si sfiora, ci si deve fare i conti, che è un male che si può guarire e gestire, e che se non lo si nasconde, non solo non rovina l'apparente estetica che ci costringe a consumare e consumarci per conformismo, ma assumendosene civilmente la responsabilità, ci costerebbe meno in termini economici, politici, terapeutici -. Questo non significa affatto sottovalutarlo, anzi: può essere estremamente doloroso per chi ne è affetto e per chi gli sta vicino; ma isolarlo, nasconderlo, chiuderlo tra quattro mura - siano esse istituzionali o casalinghe -, ne aumenta le difficoltà. Anche quest'anno dibattiti e spettacoli, concentrati in tre giorni - 8, 9, 10 -, in centro storico a Venezia. Sulla colonna dei link c'è la possibilità di visitare il sito, che consiglio. Io ci sarò, e spero di incontrare molte persone. Cristiano

venerdì 25 ottobre 2013

Report di un'esperienza collaterale alla biennale 2013

Report progetto "libera tutti", sede Caritas, Arsenale, Venezia, nei giorni della Biennale 2013 1 L’appuntamento è alle 14 alla Biennale dell’Arsenale. Arrivo, dopo una mattinata di corsa: un concorso a premi per studenti, cui sono stato invitato a testimoniare l’esistenza corporea di uno scrittore, a raccontare brevemente l’esperienza di “Venezia città di lettori”, a dire la mia sulla passione per la lettura e la scrittura, a leggere una poesia di Carver. Tra questi due eventi, un panino con le olive, formaggio stravecchio, mortadella biologica vegetale; l’attraversamento di una città media, con tempi di percorrenza da metropoli ( la terraferma e Venezia sono amministrativamente una, ma urbanisticamente molte). Per strada almeno una dozzina di Yachts - e forse anche di più - degni di Montecarlo; una marea di gente che se la gode prefigurandosi già il ritorno a casa, dove potrà dire di essere stata a Venezia, città folle di folla, di arte e artisti, di bancarelle made in china, di rumeni vestiti da carnevale per farsi fotografare con obolo, di venditori di ogni dove, di trecento idiomi in pochi metri quadri. Arrivo, Camilla è già là con Andrea, il capo, e i suoi collaboratori - o soci - italiani e francesi, con espressioni e modi di chi pratica il mestiere dell’arte. Entro nella sede in cui si svolgerà l’incontro con gli abitanti del dormitorio Caritas, che faranno con noi questo progetto, in cui l’arte servirà come tramite per una maggior consapevolezza di sé, di come si muovono in città, di cosa vogliono, cosa fanno, chi sono. Sì, certo; ma non posso nascondermi il pensiero che si possa ribaltare il concetto, e che l’arte abbia bisogno di sempre nuovi soggetti per svilupparsi, ampliarsi, penetrare nuovi ambiti, scuotere nuove coscienze, vendere stupore con forme incomprensibili. Un nutrimento reciproco, un mutuo aiuto muto. In realtà, già dal primo approccio, si capisce che qui, di muto, non c’è nessuno. Tutto è frizzante, eccitato, pregno dell’euforia che anima le esistenze che sfiorano la biennale di arte più importante del pianeta terra. E nemmeno gli oggetti, sono muti: la mensa è una stanza verde, i tavoli in legno, gli sgabelli dove sediamo, il cortiletto, la cucina, l’ufficio dove deposito lo zaino pesante ( che ho portato con me per non sentirmi sguarnito, solo, nell'incomprensibile abbaglio); tutto pulsa di restauro, di resurrezione, di superfici rimesse a nuovo, di sudore e di confidenze che i restauratori, gli ospiti del dormitorio, hanno concesso loro, nell’irrefrenabile logorrea che da lì a poco avrei tastato col corpo, coi sensi, con un sottile piacere dovuto al contatto relazionale. Andrea è ebbro di felicità, non si ferma mai, parla tre-quattro lingue, interrompendo i discorsi, per riprenderli nel punto esatto in cui li aveva lasciati per interloquire con il nuovo visitatore. Tesse le lodi del suo progetto come solo gli addetti stampa sanno fare: facendo iperboli, gonfiando il senso, facendo compiere alle parole capriole estetiche, sottintendendo plurimi significanti. E’ allegro e simpatico, intelligente, e presumo che dopo, concluso il tutto, l’energia spesa produrrà un down abissale. Lo dico non per banale giudizio, ma perché conosco quel tipo di eccitazione adrenalinica che sorregge corpo e spirito, che si conclude con lo schianto, del corpo e dello spirito, nella sbadigliante normalità quotidiana. We can be heroes, just for one day. E per oggi dovrei, assieme a Maurizio, il giornalista in ritardo per cause professionali, fare lo scrittore che traduce in parole, un clima e un’esperienza, con i simpatici ospiti del dormitorio, che uno alla volta si stanno presentando. Tutto è un flusso energetico eccitato; tutto è contagiato dalla palese follia artistica; tutto è ciò che qui, ora, dev’essere: siamo alla biennale di arte di Venezia, baby, e ce la giochiamo fino in fondo. Insomma, per essere degli eroi, oggi, ci tocca aspettare le 15.30: un’ora e mezza dopo l’orario fissato. Tutto è relativo, il tempo è un’invenzione umana che non si sposa bene con l’arte di essere artista, il postdatato è un neologismo già caduto in prescrizione, la puntualità è una minchiata borghese. Le colleghe di Andrea sono molto belle, e hanno l’aria, lo sguardo, le acconciature, l’eloquio, il look di chi, nei vernissage, è un habitué. Il mio personale ottundimento, invece, rende la mia inadeguatezza alla mondanità, un particolare senza importanza. Con Camilla e Serena, una giornalista free-lance dell’Eco di Bergamo e del Manifesto, guadagniamo il bar pizzeria che sta nel campo attiguo alla struttura. Prezzi, trattamento, da grandi occasioni: stai per farti fottere, caro, ma goditi lo spettacolo d’arte varia. Attorno a noi un flusso inarrestabile di gente. Tutti sono carichi, attentissimi a sembrare indifferenti. Tutti vestono come se l’arte avesse un codice interiore che solo loro conoscono. Accanto a noi una coppia con lineamenti da russi morti di fame ma artisti; lui indossa una giacca lilla, una maglietta forata bianca, una collana degna di Scampia; lei, come lui, è scavata in volto, una frangetta netta, un soprabito sottratto a Wanda Osiris, tacchi altissimi. Parliamo di Venezia, di Bergamo, di cinema, di arte, di prossemica veneziana, di profitto che tocca sempre agli altri, che per noi la gratuità è la condizione esistenziale. Il tempo vola, la gente sembra traboccare dal nulla, invade ogni spazio. L’esercito di bengalesi assunti in nero per fare i camerieri continua a passare a velocità supersonica lasciando galleggiare nell'aria idiomi anglosassoni speziati. Controlliamo l’ora: è l’ora, ci diciamo; ci alziamo, paghiamo il conto. All’interno del locale il brusio è un’onda sonora poliglotta insopportabile. E’ pieno di belle ragazze, di bei ragazzi, di bella gente. C’è un momento in cui tutto tace, tutto si ferma: un silenzio inverosimile ci avvolge, ci fa sentire vivi, vitali, grati di essere lì, in quel preciso momento, al centro del mondo. Un mondo in cui l'arte prova a uccidere l'artificio compiendo al contempo un delitto e un suicidio. Ma non è così: era solo un artificio letterario che ho inventato io, per concludere la prima parte. Parte 2 Eccoci seduti attorno al tavolone della sala mensa. Siamo una dozzina, in attesa di rimettere ordine alla rutilante sequenza di eventi subitanei. Andrea ci rispiega come fare, cosa fare, perché fare: lo ascoltiamo devoti, come timidi discepoli, ammirando in silenzio la sua energia vitale. Al tavolo ci sono sei ospiti della struttura, due scrittori, una giornalista, una rappresentante culturale del comune, due suore. Rompe il ghiaccio già rotto da Andrea, Alfio, il più colto matto simpatico estroverso circense del gruppo ospiti. Il suo esordio (toccando una copia del manifesto che ributta sul tavolo schifato): "i comunisti non li posso vedere". Compare in piedi Lupo, il poeta creativo vestito in polo, cravatta e giubbino: è l'addetto vendita delle scarpe-giusto-per-tirare-su-il-budget. Capelli bianchi, la sua età, lingua vernacolare (si esprime solo in venexian), dice che non vuole sedersi, che deve fare il suo lavoro, e se ne va. Cronache Alfio riprende con le massime: " chi non lavora non fa l'amore"; mentre lo dice, ridendo, balbettando leggermente, mette la mano in posizione e fa il gesto su e giù: è seduto davanti alle suore, le quali ridono amabilmente. Prosegue l'andazzo romantico con "quanta mona che ghe xe aea bienal" ( quanta gnocca c'è alla biennale: citazione colta da una celebre canzone dei pitura freska). E giù risa. Insiste, ormai conquistato il pubblico " l'unica cosa vera dei giornali è la data". Lo ripete più volte, come chi fa una battuta che gli piace. Sorridiamo. Livio dice ad Andrea di essersi fotografato il tatuaggio, e che possiede una digitale, per cui non ha bisogno dell'usa e getta che fa parte del kit con cui dovranno raccogliere il materiale diaristico, come prevede il progetto. Citazioni Wittgenstein dice “ tutto ciò di cui non si può parlare è maglio tacerlo”; “con te partirò”; “so di non sapere”, per cui mi metto nelle condizioni di assorbire ciò che non so, dagli altri; Socrate diceva “c’è chi sa e c’è chi non sa”; “I sofisti sono quelli della televisione”; “la volontà è un’energia che spinge ad agire”; “Socrate non ha mai scritto una riga”, dice un altro per non mettersi a scrivere; “voglio avere la possibilità di non scrivere tutto, di conservare una parte personale di riservatezza”. Glielo diceva anche lo psicologo, ma lui, per le stesse ragioni, non lo faceva; “va bene la comunione, il pane, il vino, ma prima vengo io”; “un bel tacere non fu mai scritto” Setting Come sempre, ad un certo punto, i gruppi numerosi seduti attorno ad un tavolo, si separano formando piccoli sottogruppi. Alla mia sinistra le suore con Camilla, Maurizio e un paio di ospiti; con me Alfio e Livio. Chiedo ad Alfio di spiegare la ragione per cui lui odia i comunisti. Si precipita nel racconto: cresciuto in una famiglia borghese, il padre capo della celere, la madre contessa, gli avevano inculcato che i comunisti sono più o meno merde parassitarie, e a non disdegnare i poveri, ma a denigrare la povertà. Lui riconosce di esserne stato fortemente influenzato, di non essersi mai emancipato da questa tara, che riconosce ingiusta, e tuttavia invasiva. Poi parla del cugino, cui lui ha regalato tutti i suoi libri d’arte, e che adesso è milionario, mentre lui è ospitato dalla caritas. Fa dei gesti espliciti, come chi sa di aver sperperato un patrimonio in agiti poco onorevoli, in vizi costosi; aggiunge che “i gemelli sono idioti geniali”, in riferimento al suo segno zodiacale. Ride beffardo, ride di sé, si riconosce in quella geniale idiozia; ma “idioti come l’idiota di Dostoevskij”. E giù un campionario di descrizioni bignami del maestro e Margherita, di Anna Karenina. E Livio, che racconta la sua storia di anarchico argentino, figlio di immigrato siciliano, scappato in Italia nell’86, dopo aver vissuto la spaventosa inflazione del 76, ma contento di essersi risparmiato quella del 2001. Parla di Borges, di Cortazar, di Bolano, di Che Guevara, di Papa Francesco, del Lumfardo (il dialetto di Buenos Aires, all’inizio di pochi, poi diffuso ovunque), di Alreves (il linguaggio per cui pronunciano le parole al contrario per non farsi capire dai non argentini), e mentre Alfio continua a ripetere che “però lui, mica scemo”, lui risponde appunto che “non è scemo, ma solo un disagiato sociale”. Il tempo passa, le confidenze continuerebbero ad oltranza, ma c’è da andare. Ci si vorrebbe scambiare più cose, più tempo, più parole. Si sa di aver fatto “arte povera”, mentre quella ricca, ufficiale, in mano ai critici, ai galleristi, ai finanzieri, è solo una sorta di troia incomprensibile, a volte affascinante, più spesso irritante e indisponente. "Questi si vestono come dei buffoni, e fuori dal contesto sarebbero scambiati per pagliacci". Forse è vero, forse i segreti della biennale sono anche in questi incontri, in queste utopie che oscillano tra il caricaturale e l’esistenziale, tra i barboni e gli artisti, tra i galleristi e gli artisti che vivono con le pezze al culo pur di incarnare eroi puri, nudi, estetici, estatici. Il progetto prevede che gli ospiti andranno in giro per i padiglioni e fotograferanno e scriveranno cosa pensano dell’arte concettuale avanguardista postmoderna. Sono quasi certo che qualcuno alzerà il dito e dirà che “il re è nudo”, e tutti a farsi una grassa risata. La risata di chi ha vissuto l'impermanenza, la relatività, la disgrazia, le gioia di essere ancora vivi, nonostante. Cristiano Prakash Dorigo

lunedì 21 ottobre 2013

passaggio

Passaggio Il mio corpo sta assumendo un disegno strano, più curvo, rotondo: ora è un sinuoso contenitore smussato, la scatola magica che contiene il mistero biologico della vita. Eppure guardandolo così, come ritorno immediato, me ne sento offesa, disgustata. Non mi piace la figura che vedo allo specchio quando mi guardo: questa è la verità. Perché io debba pagare un prezzo così alto, non mi è dato di saperlo; e niente e nessuno, comunque, potrebbe convincermi che un ritorno alla normalità in pochi mesi, sia una promessa che compenserà questo disagio, questo degrado. Il mio posto nel mondo, il mio ruolo, quello che sono certa di rappresentare, sono compromessi da un’estetica sconveniente e sproporzionata; le mie già precarie sicurezze, conquistate in anni di fatica, di studio, sono minate, da dentro, da una percezione contorsionista che fa le capriole, che mi fa perdere e ritrovare, direzione e padronanza. Ho letto molto e so che posso avere degli scompensi, alti e bassi, che non sono altro che il risultato di impulsi elettrici, reazioni chimiche, battaglie ormonali, lotte psicologiche. Sono un laboratorio; un grosso tondo laboratorio che girovaga senza agilità per un mondo che osserva e giudica. Chilogrammi, taglie elefantiache di mutande e reggiseni, vestiti larghi a caduta perpendicolare, mutazioni e trasformazioni. Leggo i pensieri degli altri e vedo scritte parole sarcastiche quando pensano a me. Lo so sì, lo so da me che sembro un pallone con testa-braccia-gambe. Eppure tutto questo svanisce con un calcio, un impercettibile movimento, un cambiamento di posizione. Tu, immersa nel liquido, nel silenzio reale e irreale del misterioso mondo sferiforme, galleggi, circoli liberamente, fai piroette circensi. Mi pare che te la spassi, e sento una sorta di gelosia mista a contentezza, per questo. Il tuo pubblico siamo io e te; solo io e te. E per uno strano sentimento di sufficienza, tu ed io, siamo tutto ciò che desideriamo; siamo un piccolo mondo, ma mai vorremmo che qualcuno venisse a curiosare tra i nostri segreti, che venisse a farci domande cui mai risponderemmo, in quanto sono solo affari nostri. Nella situazione complessa in cui ci troviamo, regna la semplicità e governa la delicata legge della natura e dell’istinto. Io mangio, tu mangi. Io rido, tu godi l’allegria. Io piango, tu scimmiotti rattristandoti. Non sono mai sola così; non posso nascondere segreti segreti; tu in qualche modo sai, senza sentire: il contatto diretto ci unisce, il cordone è un megafono. Mi ritrovo sempre innanzi a salite e discese, alti e bassi, precipitosi cambi d’umore, repentini, improvvisi, temporali e tuoni e fulmini e ventate fresche nel caldo d’estate. Non c’è mai una stabilità stabile: soltanto le mille piccole instabilità che senza volerlo, mi causi; che hanno una strana forma di disciplina, un equilibrio da tiro alla fune. E il mio corpo è sempre un segnale da codificare, un’attività perpetua, composta di scatti, frammentata, disordinata ma viva, saporosa, odorosa, vitale. Quando mi fai stancare tanto, la schiena mi duole, i piedi come braci, il sudore che bagna la pelle. Non riesco a razionalizzare il sentimento. So a malapena collocarlo nel delicatissimo disegno universale, che si autoalimenta, che basta a se stesso e che provvede al mantenimento delle specie. E credo questo ci preparerà al dopo. Ci sono gli alti e i bassi, e occorrono forza e gioia per introiettare le contraddizioni della vita. Noi ci stiamo allenando insieme a separarci; a passare dalla beatitudine dell’unità, al lutto della separazione; dall’eliminazione della dualità, al dispiacere di sentirci vicini ma pur sempre lontani rispetto al prima: al nostro adesso. A me spetta il dolore del corpo dilatato, che espelle una parte di sé che diverrà un’altra esistenza che non sono più io, ma tu. Ore a lavorare sodo, a respirare con ordine, col diaframma; lenta, su e giù, pancia in fuori inspiro, pancia in dentro espiro. E sarò maschera di sudore, bocca spalancata che urla, forte, come a sputare il dolore; forte, fortissimo, insopportabile: AHAHAHAHAHAHCHEMALECHEFA!!! E avrò mani vicine da stringere con forza, che mi sosterranno, ma che non sapranno mai il nostro dolore, la nostra forza potente, importante, durissima perché fragile e sensibile. E tu dovrai lavorare, spingere, comprendere quando è il momento. Sarai ancora in contatto con me, ma saranno le ultime volte prima di affrontare lo scivolo delle viscere e terminare il viaggio, che inizierà proprio allora. Contemporaneamente uscirai ed entrerai; dal mondo perfetto a quello imperfetto. Dal silenzio magnifico della felicità assoluta, al frastuono, alle luci. E piangerai perché non saprai perché; non subito almeno. Poi passerai da mani che non conosci, che fanno paura ad un posto morbido; riconoscerai un odore acre mai sentito ma familiare, una voce mai udita con quelle tonalità, ma dolce. Piangerai con forza, con totalità; ma quella voce, quella sofficità, quel profumo ti calmeranno. Per la prima volta sarai nel momento, nel punto esatto, dove qualcosa finisce per ricominciare subito dopo, in altro modo: tutto da imparare, capire, tradurre. Adesso, se appoggio le mani sulla curva rotonda della pancia, sento un piede e riconosco la tua risposta. Questi pensieri non erano solo miei; li hai indotti tu con la tua ingombrante presenza, con l’alfabeto del tuo movimento, con la danza acquatica che mi disegni dentro. So che arriveremo alla fine esausti, ma resisteremo e trasformeremo la nostra unione in qualcosa di nuovo, forte, complice. In questo continuo rutilante miscuglio di emozioni sonore come schiaffi, fragorose come il silenzio assoluto, si aprono dei piccoli varchi e io, in quei piccolissimi pertugi, posso depositare amore; amore materno, amore senza ragioni, perché uscito vivo da lotte leggendarie e leggi universali. L’altro giorno ho visto la tua prima fotografia in bianco e nero. Nel monitor, come in un film, ti muovevi senza fretta, con grazia. Ti sei mostrata nuda e libera e fluttuante. E ho anche sentito il tuo primo suono: un galoppare frenetico, un tambureggiare tribale; il tuo cuore echeggiava nel mio mare, la tua casa, la mia pancia. Dopo un po’, non subito, ho continuato a sentirti, a percepire il tuo linguaggio delicato e ho sentito una stretta fortissima al cuore, una morsa d’acciaio, improvvisa e ho capito che per sempre saremmo stati legati, pur nella nostra unicità, avremmo condiviso per sempre un legame che è semplice e vitale e assolutamente involontario; è un marchio a fuoco che non abbiamo deciso, ma che abbiamo ereditato. Ora non resta che aspettare che si compia il meccanismo naturale. Uscirai da me, ma non preoccupartene: sarò lì ad accoglierti e stringerti. E ti nutrirò e rassicurerò. Sarò sempre con te fino a quando servirà, poi spero di riuscire a lasciarti andare. E un giorno ti leggerò queste righe e insieme ne sapremo ridere, con spensieratezza e leggerezza. Ti aspetto. Buon viaggio.

domenica 20 ottobre 2013

libro elettronico

Il mio ultimo libro è diventato elettronico. Io non so quasi cosa sia l’elettronica, come funzioni, quali siano i suoi segreti e meccanismi, pur facendone un grande uso, come tutti. So invece cosa significa scrivere un libro: conosco la fatica, l’estasi, la frustrazione, la soddisfazione, i ripensamenti, la nausea che ad un certo punto le tue parole ti provocano, quando diventano solo una questione grammaticale, di correzioni, refusi, punteggiatura, e quasi smarrisce il senso unitario, perdendosi nel particolare. L’ho scritto del resto utilizzando il computer e altri mezzi elettronici, cui mi sono definitivamente arreso; a tal punto da non riuscire quasi più a farlo con carta e penna: le mie dita rispondono, a livello neurologico, dinamico, prassico, alla tastiera. L’altro giorno parlavo con un amico che ne sa, e mi diceva che in Italia le vendite di ebook sono ancora agli inizi. Poco male, pensavo: in fin dei conti qui non si tratta di numeri, ma di qualcosa di ben più personale: si tratta di ego, di immortalità, di internet. Si tratta di non uscire mai dai cataloghi, di non dipendere dalle pile nelle librerie, pagate a peso d’oro. Si tratta della trasformazione tecnologica delle idee. Insomma, poche righe sul mio blog me le potrò pure concedere per rendere pubblica una sensazione privata, intima. Quella del confronto, eterno, irrisolto, misterioso, della produzione di parole, tra un emittente e un ricevente, che potenzialmente diventa internazionale e accessibile a chiunque, ovunque sia. Quella per cui l'incognita è la costante. Quella della relazione tra autore e lettore.

giovedì 17 ottobre 2013

Sono morte settantatré persone

Era l'estate del 2009 e 5 eritrei raccontavano di altri 73 passeggeri morti e abbandonati in mare. Avevano incrociato molte imbarcazioni, tutte però indifferenti al loro evidente stato di disperazione. Si parla di precise responsabilità politiche, dimenticando quelle umane. Sono morte settantatré persone nell’indifferenza di tutti. Sono morte settantatré persone come fosse il baratto di una disputa incivile. Sono morte settantatré persone e si cerca il più colpevole. Sono morte settantatré persone e per solidarietà hanno tolto il gioco da internet grazie al quale si potevano passare dei momenti lieti in compagnia, cacciando gli immigrati che stavano per raggiungere le coste dell’Italia: che sensibilità, che gesto di civiltà. Sono morte settantatré persone di cui nessuno avrà memoria, se non nei dibattiti idioti in tivù nei quali qualcuno rinfaccia qualcosa a qualcun altro. Sono morte settantatré persone di sete e di fame, in mezzo al mare, senza alcun aiuto in quanto ci sono giochi ben più importanti in ballo: territorialità, confini, misure, ideologie, dispute economiche. Sono morte settantatré persone preghiamo dio che li accolga anche perché qui noi siamo già strettini... e forse stan meglio là. Sono morte settantatré persone che in effetti in tempi di crisi... a dire il vero.. rischiavamo di non poter offrire loro un’adeguata sistemazione, un lavoro decente, un decoroso benvenuto. Sono morte settantatré persone durante il periodo di saldi e me ne ricordo bene perché l’hanno detto alla radio proprio mentre stavo pagando le scarpe e il mio bancomat non funzionava: che figura di cacca! Sono morte settantatré persone provenienti dall’Africa, da un ex colonia dell’impero fascista, cui hanno dedicato la canzone della faccia abbronzata Sono morte settantatré persone e molti hanno davvero assunto nei loro volti una smorfia di dolore sincero e sentito in profondità, proprio mentre a cena stavano masticando e roba che addirittura gli va il boccone per traverso. Sono morte settantatré persone e il prete domenica ci ha chiesto di pregare per loro in quanto si spera che vengano accolti nel regno dei cieli. Sono morte settantatré persone e ho visto i colpevoli dare la colpa ad altri colpevoli dimostrando che ci sono molti colpevoli, ma che sono sempre gli altri. Sono morte settantatré persone e gli scrittori dovrebbero scriverne senza lasciare ai soli preti il monopolio della critica della schifosa realtà che ci vede impegnati dall’estetista mentre questi muoiono porco ... Sono morte settantatré persone di cui non frega niente a nessuno e anch’io che ne scrivo mi sto chiedendo perché sono così impressionato da questi settantatré nessuno. Sono morte settantatré persone ed è pur vero che ogni giorno ne muoiono migliaia e quindi in proporzione nella barbarie e indifferenza generali questi occupano una piccola percentuale insignificante. Sono morte settantatré persone e la politica dov'è, cosa dice, cosa fa? Sono morte settantatré persone e davvero non capisco niente se non che non c’è niente da capire perché capire sarebbe la condanna dell’innocenza. Sono morte settantatré persone e mi rendo conto di essere una persona pesante perché vorrei dirlo e ripeterlo che sono morte settantatre persone. Sono morte settantatré persone e adesso i loro corpi saranno putrefatti e smangiati dal salso e gonfi d’acqua e divorati da pesci di ogni razza e misura. Sono morte settantatré persone e il pianeta sovrappopolato, volendo vedere le cose al positivo, non ne soffrirà. Sono morte settantatré persone e allora? Sono morte settantatré persone e quando si sono imbarcati se vogliamo dirla tutta lo sapevano che correvano dei rischi. Sono morte settantatré persone e io no. Sono morte settantatré persone che potevano rimanere qui come rifugiati politici in quanto lì da loro c’è la guerra e qui no; chissà perché là sì e qua no… ma non dico altro che poi si dice che son razzista … ma lasciam perdere Sono morte settantatré persone e la mia fragilità m’impone di sapere per colpa di chi pur sapendo che anch’io sono parte in causa: io sono co-colpevole. Sono morte settantatré persone di cui non so nulla per cui posso dormire in pace. Sono morte settantatré persone la cui vita si è spenta ma almeno hanno rifocillato pesci che hanno risolto l’annoso problema del pasto. Sono morte settantatré persone che hanno avuto fiducia in altre persone che hanno girato lo sguardo altrove, verso il mare, verso la preghiera del ritorno a casa, verso dove non si vedeva la viltà dei miserabili. Sono morte settantatré persone di cui forse qualcuno piangerà, ma è così lontano che non si sente niente. Sono morte settantatré persone e io so, c’ero, ho visto tutto, e potrei rivelare quel che so a chi non sa, ma non ne ho le prove.

lunedì 14 ottobre 2013

naufragi

Passati i giorni della commedia del lutto, posso finalmente scrivere come mi sono sentito sapendo della morte degli immigrati. Avevo bisogno di un distacco, pur sapendo che non finirà mai. Sarò breve, ma devo partire da lontano. Quando ero giovane faceva figo sentirsi internazionalisti, cittadini del mondo. Anch’io ne subivo il fascino, e nonostante mi sia allontanato molto dalle robe che facevano figo allora, in alcuni casi, come questo, sono tornato all’origine. In termini spirituali e razionali, e perciò anche politici, credo che la divisione del mondo in tante piccole frazioni, che cambiano del resto ad ogni guerra, sia una perversione squisitamente umana, senza per altro niente di squisito. Credo che pensare ad un mondo liscio, senza fratture, senza nazionalismi, sarebbe un problema solo per la finanza, i fascistoidi, le chiese, la politica: ragion per cui non si farà mai, e me ne rendo ben conto. Detto questo, passo alla ragione di questo mio. Non ho voglia di fare ricami o giri di parole: quelle immagini mi hanno sgomentato, tormentato, addolorato, ferito, annichilito. Mi è insopportabile l’idea che si possa lasciar morire così degli esseri umani, e riservare a chi sopravvive un trattamento peggiore di quanto noi, gentili anime occidentali, riserviamo agli animali. Non voglio fare il puro, l’ingenuo, quello che finge di non conoscere le regole del mondo; le conosco, e bene, e appunto le sto rimettendo in discussione. Volevo scriverne in quei giorni, ma sarei stato probabilmente solo sentimentale, col rischio di venir tacciato di buonismo, sentimentalismo, sinistrismo. Ma non si tratta di questo: non è solo il sentimento, l’emozione; no, è pura razionalità, la mia, per il poco che conta. Ho sputato contro lo schermo quando Alfano ha parlato di Europa invece di tacere e magari piangere; ho inveito contro Letta e il governo quando ha fatto e detto quello che ha fatto e detto, senza poi dire e fare niente; ho distrutto il computer quando ho letto il post di quel mentecatto di Grillo, che ha ridotto una questione profondamente umana in un banale conteggio elettorale - ma forse non le possiedono, nessuno di questi, le parole da dire, scrivere, e soprattutto tacere, quando andrebbero dette, scritte e taciute -. C’è chi crede di sapere la verità, chi si illude di avere soluzioni, chi vende pacchetti ideologici per mentecatti, chi si aggrappa alla fede, chi spara le inevitabili contraddizioni aritmetiche. Non possiedo formule salvifiche, non ho idee geniali, e tanto meno certezze universali. So solo, questo sì, che fino a quando sento il dolore che ho sentito, mi asciugo gli occhi delle poche lacrime che ancora possiedo, leggo le trappole ideologiche che cercano di conquistare chi non vede l’ora di farsene conquistare perché non sopporta lo sgomento che prova, io sono me, e mi posso fidare dell’autenticità di tale fiducia. Prevedo che non finirà mai, e spero di stare male ogni volta che ne ho lucida consapevolezza. Cristiano Prakash Dorigo

venerdì 11 ottobre 2013

Piccoli maestri Venezia

PICCOLI MAESTRI A VENEZIA Una scuola di lettura per ragazzi e ragazze, in laguna e dintorni Una proposta del GRUPPO SCUOLE nato da “VENEZIA CITTÀ DI LETTORI” Esattamente sei mesi fa, il 12 aprile 2013, gli autori veneziani (scrittori e illustratori) si sono mobilitati per dare un sostegno alle librerie cittadine, che da alcuni anni sono in pesante difficoltà: molte hanno chiuso e altre rischiano di cessare la loro attività. Tra le diverse iniziative che sono derivate da quel primo incontro alla Biblioteca Nazionale Marciana, una si rivolge alle scuole, primarie, medie e superiori, agli insegnanti ma soprattutto agli studenti. Si tratta di portare anche a Venezia un’attività ideata da Elena Stancanelli e già sperimentata a Roma con buon successo: la scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri”. L’idea è di offrire agli studenti la possibilità di avvicinarsi a un libro, classico o no, una gemma del passato o del presente, con la guida di qualcuno che lo ha molto amato e che lo porta in una classe, ne legge dei brani, comincia a raccontarlo, incuriosendo i ragazzi, instillando in loro il desiderio di continuare da soli, anche per vedere come va a finire. Nessuna conferenza, nessun compito da svolgere a casa: solo un incontro insieme a chi lavora con le storie, per farsene affascinare. Lo scopo è di lasciare i ragazzi con l’acquolina in bocca, la voglia di andare a cercare quel libro, di leggerlo. Gli autori che hanno aderito a questo progetto, per ora in via di sperimentazione nel Comune di Venezia, parteciperanno a titolo gratuito, mettendo a disposizione un poco del loro tempo e tutta la loro passione per i libri e la lettura. Ognuno di loro potrà gestire, nell’anno scolastico, due o tre incontri (un solo incontro per ciascuna scuola, in due o tre scuole diverse), nei tempi concordati con gli insegnati che vorranno avvalersi di questa opportunità e offrirla a una delle loro classi. Gli incontri si svolgeranno in orario curricolare, durante le lezioni, per una classe alla volta, in modo da favorire l’interazione con i ragazzi. Alle scuole primarie, medie e superiori del Comune di Venezia è stato inviato, dall’Ufficio scolastico territoriale di Venezia che ha offerto la sua collaborazione, il “catalogo” dei libri tra cui scegliere: gli insegnati interessati potranno concordare la data e le modalità dell’incontro attraverso quel contatto, o direttamente sul blog che presenta l’iniziativa. Le prime richieste sono già arrivate. Per meglio spiegare cosa sia “Piccoli maestri”, vi invitiamo a visitare la pagina web: http://piccolimaestri.wordpress.com/ sarà tutto chiarissimo. Da oggi 12 ottobre sarà attivo anche il blog autonomo dell’iniziativa, http://piccolimaestrivenezia.wordpress.com. Questi gli autori (fino ad ora 26) che hanno aderito al progetto: Antonella Barina, Paola Brolati, Annalisa Bruni, Davide Busato, Dario Cestaro, Marco De Rosa, Maurizio Crema, Cristiano Prakash Dorigo, Alberto Fiorin, Carla Forcolin, Paolo Ganz, Marina Gasparini Lagrange, Federico Moro, Massimiliano Nuzzolo, Edoardo Pittalis, Tiziana Plebani, Gianluca Prestigiacomo, Tiziano Scarpa, Lucio Schiavon, Paola Scibilia, Sally Spector, Elisabetta Tiveron, Anna Toscano, Alberto Toso Fei, Fabio Visintin, Paola Zoffoli. Informazioni: Marina Nostran, Ufficio scolastico territoriale di Venezia: marina.nostran@istruzionevenezia.it Annalisa Bruni, coordinatrice “Gruppo scuola”: piccoli.maestrive@gmail.com

martedì 8 ottobre 2013

immigrato a

immigrato a

A è partito dalla Tanzania, dove suo padre abita ancora a Das er Salam.
Un giorno è uscito di casa, ha percorso la strada polverosa, e non è più tornato ( in verità lo ha fatto molti anni dopo; ma ci arriviamo ).
Ad un’età che qui è considerata  da “ preadolescente ”, ha attraversato diversi stati, fino al Sudafrica.
Qui conosce la violenza delle bande dei neri.
Racconta che per salutarsi si fanno il gesto della pistola col pollice, indice, medio: e quella non manca mai, così come le risse e le morti violente; sparano sul serio, e non con le dita. Rischia di morire, e solo casualmente ce la fa: vivere o morire, è solo un caso: metà e metà, può andar bene, come no. Ha visto molti morti, sparati, a tal punto che là diventa abitudine.
Trova uno che come lui se ne vuole andare da quell’inferno. Raggiungono il porto, si intrufolano nella stiva di una nave, si nascondono tra la merce.
Sperano di raggiungere l’Australia, come già aveva fatto suo fratello, che ormai là si era stabilito, e che era partito alla sua stessa età.
Resistono tre giorni, e poi cedono alla fame e alla sete.
Escono luridi: sono sporchi, prostrati, stanchi. Vengono accolti dall’equipaggio che li nutre e li tratta bene; come si fa coi bambini, che in effetti loro sono.
Il più simpatico, racconta, era il cuoco filippino: una checca, che parlava come una donna, una specie di mamma buona.
Nel Mediterraneo toccano diversi porti, fino all’approdo di Venezia.
Al porto si consegna alle autorità che mettono in moto l’iter per i minori stranieri non accompagnati. Va in comunità educativa, studia in un istituto professionale, si diploma elettricista, lavora, si mette insieme ad una ragazza del posto, fanno un figlio, torna a trovare il padre, perde il lavoro, ne trova un altro e vive.
Ogni tanto piangeva sua madre con infinita malinconia. A volte rideva come solo gli africani sanno fare: di niente, per niente, per beffarsi della vita così amara.
E’ probabile sogni ancora l’Australia così come sognava una vita migliore.
Qui la vita è migliore di là, in Africa.
Si hanno più cose, ci sono più possibilità.
Se lo vedo per strada, e lui non mi vede, mi capita a volte di guardarlo a distanza.
E mi chiedo se la sua espressione è quella del sogno smarrito.

mercoledì 2 ottobre 2013

smettere di fumare




Questa giornata è una bella giornata e io devo pigliare quel che viene con la grazia di chi non giudica, ma accoglie e sorride.
Sembra oramai un mantra, questo. Ma perché non dovrei accettare i consigli del terapeuta? Una formula salvifica, è positività; ci metterà del tempo ma crescerà e lascerà un segno inciso nell’animo.
Quest’altro consiglio non lo so accettare e alla mattina, appena alzata, mi prendo solo un caffè,  nero e dolce, e fanculo.
Dovrei passare ai cereali e alle fette biscottate integrali con la marmellata biologica e il tè verde.
Dovrei ma non c’entra.
Quello che dovrei è una costruzione artificiale e irraggiungibile di buoni propositi e adempimenti e fioretti e rotture di palle.
E quelli che ti dicono quello che dovresti sono di solito infelici anche se lo nascondono dietro quei sorrisi e quei modi così a posto che ti verrebbe voglia di prenderli a schiaffi.

Poi subito la sigaretta, tanto per far andar via quell’oppressione ai polmoni che schiaccia col vigore d’una pressa.
La prima cicca è una delle cose belle della mia vita: tiro forte, tirate luuunghee, che occupano immediatamente tutte le distonie dei polmoni che si lamentano.

Onomatopee della prima: Sssssssss  (aspiro),  ffffffffff  (butto fuori).
E poi la pace, l’ansia che si placa e ridiscende dentro fino a diventare lontano ricordo che ogni tanto ricompare.
Non è molto elegante, ma lo dico lo stesso, tanto mica va su un giornale rosa sta specie di diario a pezzi: la sigaretta me la fumo in bagno, mentre faccio i bisogni.
E tanto per dirla tutta, ma proprio tutta, è la più grande liberazione sfinterica che si possa immaginare, e io me la godo tutta tutta, prima di ridiventare un essere con sembianze umane.
E’ il vantaggio di abitare in campagna, con le case ancora grandi che hanno almeno tre bagni. E questo è solo mio.
Mia madre e mia sorella ne hanno anche loro uno ciascuna; e così ci posso fare quello che voglio qua dentro.
Il bagno è mio e lo gestisco io.

Finalmente riconquisto la libertà dopo anni di sacrificio; mi sono tenuta dentro tutto, tutto soffocato là sotto, perfino a cagare ci andavo quando ero sicura che non c’era nessuno in casa; per paura di far rumori molesti, o puzza.
La femminilità si misura ancora oggi secondo canoni onomatopeici secolari: la donna dev'essere silenziosa, discreta, efficiente, ubbidiente. Certo, come no; mal di pancia, mal di piedi, schiena, testa: chi bella vuol apparire, in silenzio deve soffrire.
Proprio pensieri da cesso mi vengono alla mattina, altro che bella giornata.
C’è questa rabbia che esplode così senza preavviso e che mi impone pensieri che non vorrei pensare e mi fa dire, nel silenzio di questi, parole che mai vorrei udire da alcuno; specialmente da me stessa.
Ma poi passano; “è forse la tazza che evoca il piacere anale che ritorna con la sua semplicità, complicata ad arte dalla morale e dalla cultura occidentale”.
Ma che bei pensierini da convegno che mi vengono mentre me ne sto qua seduta, con sta cicca fumante tra le dita, mentre faccio tiri lunghi, potenti, che mi riempiono e quietano.

Finito! Adesso via sotto la doccia.
“Sono un corpo umido d’acqua e vapore/sono nascosta dentro a questa nebbia/mi vedi e non mi vedi/ ci sono o forse no/sono solo un sogno/ che si rivela un poco/ per suscitare domande/ per scaturire risposte”.
C’è chi canta, in doccia; io no, m’immagino d’essere una che scrive canzoni, o poesie, e a seconda di chi me la commissiona, scelgo un particolare stile.
E anche perché ho sempre freddo e questo comporre canzoni e versi mi distrae dalla temperatura che mi penetra la pelle e arriva fino alle ossa e poi ancora oltre, ad allarmare le interiora.

Terminata la doccia inizia il supplizio: devo decidere cosa mettermi addosso; ed è una logorante guerra quotidiana, una di quelle cose che, in certe giornate, mi spossano ancor prima d’uscire.
Oggi non dovrei avere riunioni quindi una qualsiasi cosa dovrebbe andar bene, a patto che sia almeno decente.
Che poi lo so che non sono gli uomini che s’accorgono come mi vesto o se tutto è intonato, ma quelle mezze vacche delle mie colleghe; le regine del brusio, le star del chiacchiericcio.
Va bene, decido per il blu, che tutti mi dicono mi sta bene e basta.
Questi jeans mi stanno proprio bene, con quello che son costati, ci mancherebbe; e poi sono di moda e coordinati con i gemelli blu scuro sono a posto.
Adoro sentire questa lana pregiata sulla pelle, passarci le mani sopra facendo finta di sistemarmi, ma in realtà soltanto per posarci le mie mani sopra e affondare sul morbido.
Un trucco leggero e una spazzolata ai capelli che speriamo resistano fino a sabato che ho appuntamento dal parrucchiere.

Prima di uscire devo dare un’occhiata all’agenda e fare il punto della situazione; l’altro giorno Gianluca e Susi m’hanno invitato al cinema con tutta la compagnia e io, come una scema, a dire sì, sì; con una faccia che si vedeva lontano un chilometro che non ho mai niente di bello da fare, solo impegni, e corsi, e palestra, e teatro, e basta.
Il teatro, un posto e un tempo per provare emozioni vere, per farmi uscire da questa monotonia, da questo appiattimento cui assisto come fossi sempre a teatro; spettatrice al di qua del proscenio della mia vita: uno spettacolo scadente, con pochi applausi di un pubblico immaginario feticista e vagamente depresso.

E insomma quella sera dovevo andare al cinema e poi, magari, a fare tutti insieme un bello strip poker: io che perdevo apposta e davanti a tutti, un pezzo alla volta, togliere con la finta calma pacchiana delle spogliarelliste, gli indumenti.
E sentire che quelli che mi guardano si eccitano, gli si gonfiano i pantaloni.
E le donnine gelose, perché sentono quest’elettricità che investe tutti.
E invece sono uscita e ho visto il film senza perdere una scena. Ho anche pianto verso la fine, e con una scusa sono dovuta andare in bagno a truccarmi di nuovo. Poi come al solito, casualmente, tutti se ne vanno e io rimango col fesso di turno che ci prova. 

-“La fortuna di essere femmina, di poter scegliere chi voglio quando ne ho voglia”
-“Ma la mia voglia ha una qualità diversa, e sorge solo se sono desiderata”
-“Non so come fate, ma quando volete, inducete il desiderio in noi maschi”
-“Sono solo parole e pensieri tipicamente maschili. La realtà è molto più complicata e difficile”
-“La realtà è la rappresentazione che noi diamo della nostra soggettiva visione delle cose”
-“Certo, hai proprio ragione. Senti, sono un po’ stanca, ti spiacerebbe riaccompagnarmi al parcheggio della pizzeria che prendo la macchina e torno a casa?”
-“veramente speravo riuscissimo a stare un po’ insieme stasera”
-“anch’io, ma non mi sento tanto bene. Scusa”

Mentre raggiungo la macchina per andare al lavoro, penso che ormai ho superato i quaranta, che i miei sogni stanno diventando materiale effimero fuori moda, che se non mi muovo non diventerò mai madre, che continuerò a vivere con mia sorella e mia madre, che il calore e l’amore di cui penso di aver bisogno, li leggerò sui romanzi.
E che magari adottando un figlio smetterò di fumare.
Nel frattempo mi accendo una cicca.

lunedì 30 settembre 2013

foglie di tabacco

Foglie di tabacco

Ci sono libri che si assumono, consapevolmente o meno, oneri pesanti da sostenere.
“Foglie di tabacco” di Marco Crestani, Attilio Fraccaro editore, è uno di questi. L’autore scrive: “qualcosa di reale da strappare all’oblio in Canale di Brenta”.
L’onere di cui sopra, consiste proprio nello strappare dall’oblio le storie di uomini e donne, che nell’ottocento hanno vissuto la propria vita in luoghi che il destino ha abbandonato, e appunto lasciato scomparire.
Personalmente mi infastidisce la retorica della memoria e dell’identità, quando questa è confezionata e venduta come “indispensabile per capire chi siamo”: non mi convince, mi puzza di mercantile. Non si può tuttavia non pensare ad una sorta di Spoon River del nord est, alle voci e ai pensieri di chi non ha lasciato che ricordi di cui, erroneamente, si pensa di poter fare senza.
L’autore, di formazione storica, ma anche scrittore ed editore, ha fuso in questo libro le sue due passioni: storia e letteratura.
A partire da sentenze di tribunale della zona - autentiche -, seguono racconti brevi dei protagonisti - fiction -, che descrivono, come una fotografia, o un cortometraggio in bianco e nero, momenti di quelle vite scomparse, dimenticate, quasi non fossero esistite.
Le scene si svolgono in Canal di Brenta, in ambienti e circostanze difficili, in cui contrabbandieri non per scelta criminogena, ma costretti da bisogni primari, ci fanno partecipi di condizioni estreme, a tratti quasi mortifere, eppure in piena armonia ambientale.
Mi ha colpito che molti di loro fossero definiti “illetterati”, rendendo il libro una paradossale scommessa, non solo contro la smemoratezza che la storia riserva ai piccoli uomini, ma anche contro la possibilità di articolazione e descrizione del pensiero di un “illetterato”.
E proprio in questo ambito, la scelta autoriale gioca con la compattezza che unisce gli uomini al territorio, con l’accettazione di quello che è, con l’adesione al proprio destino di periferici dell’esistenza. Sembra quasi che ai protagonisti non sia data altra scelta che essere e fare quello che gli tocca; che infrangere la legge sia la condizione che consente loro di campare; che non ci sia altro all’infuori di quello che si vede e si tocca.
In quella valle severa, stretta, umida e buia, in cui gli elementi climatici si accaniscono, la presenza e la storia degli umani si affievolisce fino quasi a sparire, le voci riemergono sommesse, senza gridare, come sussurri lievi.
Riflettevo sulla condizione evanescente del nostro passaggio terreno, che vorremmo rendere, se non immortale, almeno sensato.
Questo libro forse ci prova, assumendosi la responsabilità di riportare in vita, piccole storie di persone morte e dimenticate.
E lo fa senza forzature o piroette, ma con austera compostezza.



domenica 15 settembre 2013

Morrissey, Marr e la mezza età



Ieri ho avuto due incontri con la mia mezza età.

Tardo pomeriggio, zona campo San Barnaba, camminavo in calle lunga.
Devo fare un inciso, prima.
Da qualche decennio - e a dire il vero non ho ricordo di quando sia stata l’ultima volta che - non mi ammalo di malattie stagionali: influenze, virus vari, non fanno mai le vacanze nel mio organismo perché non gli piace; o forse i miei meccanismi di difesa sono davvero invalicabili; oppure non lo so: fantasie ne ho avute tante, ma preferisco attenermi ai fatti, che sono quelli appena scritti.

Ieri, per una ragione che non conosco, mi è venuto il raffreddore: quando mi viene - una o due volte l’anno, per un paio di giorni -, si manifesta con la potenza e la velocità di un temporale estivo: dura un paio di giorni, durante i quali il mio naso continua a starnutire, e soprattutto a gocciolare in modo incontrollato.
Consumo una decina di pacchetti di fazzoletti, gli occhi e il naso rosso vivo. E poi basta, sparisce.
Ecco, stavo camminando, quando vedo uscire da un portone un ragazzo di almeno 1 metro e 90.
Lo riconosco: è un ragazzo che “seguivo” quando andava alle medie - altra digressione: lavoro nel sociale e da più di dieci anni, in particolare, mi occupo di minori, prima, e di giovani donne con problematiche famigliari complesse, adesso -; allora era già alto, ma adesso è praticamente un gigante. Un tempo era dinoccolato, poco fluido, incerto; ora pare decisamente aver fatto pace con il suo corpo e la sua emotività. Insomma, con una battuta lo fermo; al momento stenta a riconoscermi, ma sono sufficienti un paio di secondi perché pronunci il mio nome. scambiamo due battute di circostanza sulla sua battuta iniziale, che è la seguente: “... oh Cristiano, che flash: mi ricordo quando venivi da me che eri giovane...”. Va detto che nemmeno allora lo ero, giovane; che ero in condizioni pietose: naso gocciolante, viso arrossato dal lavorio del fazzoletto, occhi lacrimanti e arrossati; e tuttavia ho incassato e rielaborato: capelli ingrigiti, occhiaie frequenti, stanchezze diffuse, pancetta, figlia che frequenta ormai la seconda liceo.
L’età non ha mai rappresentato un problema, per me; l’ho sempre vissuta con allegria, con la consapevolezza che se si riesce a vivere con intensità il presente, il tempo è solo convenzione.

Ordinati cd con amazon.
Tra gli altri, “viva hate” di Morrissey, “the Messenger” di Marr: testa e cuore di uno dei migliori gruppi di sempre, gli Smiths.
Sono dischi completamente diversi tra loro, non foss’altro perché il primo non ha mai rifatto gli Smiths, e il secondo invece, forse senza desiderarlo, pedissequamente.
Il disco di Marr in realtà lo sto ascoltando proprio adesso, in sottofondo, mentre scrivo: la chitarra che ho tanto amato, è rimasta quella: non si può sbagliare.
La copertina mi dice che anche lui, si sente ancora giovane.

Il disco di Morrissey, il suo primo da solista, del 1988, è uno dei dischi più importanti della mia vita affettiva: inciso in me in profondità, è uno di quelli che porterei con me se mi si sottoponesse il giochino scemo dell’isola deserta.
Ricordo che ero a Colonia, dove ho vissuto facendo il cameriere in una gelateria italiana, per un paio d’anni. Anni dimenticabili, ma indimenticati; ero con Giorgio, e tutti gli altri. Ero giovane, con una visione della vita che faceva a pugni con la realtà. In mezzo ai tedeschi, con altri italiani, con una nostalgia più mitizzata che concreta, sentivo nella voce, nelle parole, nelle atmosfere di Morrissey, una vicinanza che faticavo a trovare altrove.
Ricordo le scopate clandestine con una ragazza bolognese, i sogni holliwoodiani di un friulano che si credeva destinato alla gloria, un altro ragazzo veneto che fumava canne dalla mattina alla sera, un altro friulano alcolista che quando beveva, menava sempre le mani, e poi altri ancora: ognuno aveva una sua ragione per lavorare là, ed erano quasi sempre storie legate alla fuga da qualcosa o qualcuno, e io non facevo eccezioni.
Era morto un amico in circostanze terribili, da solo, e non ce la facevo a reggere il dolore e il rimpianto, per cui ero scappato da Mestre.
Ricordo in particolare due cassette: viva hate, e un disco dal vivo di Paolo Conte.
Ricordo la periferia di Colonia, il suo centro, il duomo gotico, il freddo, il leggendario rigore tedesco, la asettica pulizia delle città.
Ma soprattutto ricordo, ogni volta che lo riascolto, quella cassetta che ascoltavo ogni sera sullo stereo che mi avevano regalato per il compleanno.
Ricordo che raramente ho sentito così incise nella mia carne, strofe di canzoni come quelle, che sembravano scritte da me, dalla mia esperienza di emigrante, di profugo dell’esistenza, di scavatore del senso delle cose - la giovinezza ti può far sentire così, anche se la questione non è mai personale, ma universale; la differenza è che qualcuno lo sa, e ci lavora, e chi invece lo scopre troppo tardi -.

Oggi, che è arrivato, mi è parso di aver capito.
La mezza età è solo un concetto, un modo di dire.
Ha a che fare col tempo, che è passato, che manca, ma soprattutto che c’è, qui, adesso, che riusciamo a vivere con pienezza, perché solo così non lo rimpiangeremo.

martedì 10 settembre 2013

2001 annus horribilis

2001


Duemilauno, odissea nello spazio. I Marlene Kuntz- potente gruppo rock italiano con velleità poetiche- parafrasavano cantando “odissea nello strazio”.
Il duemilauno appartiene alla storia.
Questa ha uno strano rapporto col tempo: spesso non si ha la netta percezione di viverla, se non a posteriori.
Ma questo particolare anno ha fagocitato le storie e stigmatizzato il nuovo millennio, posticipando il suo significato metaforico e metafisico - quello del nuovo millennio -, all’anno successivo al duemila, offuscandone così il ruolo di protagonista.
E la storia deflagra in me in modo esplosivo, unendo, mischiando la mia storia personale con quella di tutti gli altri.
Provo a raccontarla brevemente imbrogliandola, tradendo la cronologia temporale in favore di quella sensoriale.

Il duemilauno è storia condivisa, è di tutti, è marchio indelebile, nell’epoca del marketing e del merchandising.
La geografia della storia, in quest’anno, immaginando di avere una mappamondo, ci porta per mano da un posto all’altro dell’occidente ferito a morte.
In tutto il mondo, duemilauno è New York, torri gemelle, svolta degli equilibri di potere, è “caduta verticale con polvere”.
Più a sud, in Argentina, i padroni scappavano coi soldi prima che il tracollo colpisse mortalmente un intero popolo proiettandolo, in un istante, dalla civiltà al baratro della miseria, col conseguente imbarbarimento scatenato dallo sgomento della povertà.
Il duemilauno è anche storia locale, in veste globale; in Italia, duemilauno è Genova, è G8, è morte e repressione, è abuso pornografico del potere.
È anche vetrina internazionale, riscatto dal provincialismo di cui l’Italietta dell’azzurrità e del sorriso soffre; è stata l’occasione per urlare rabbia, per ostentare forza, per far dire, da ambo le parti, vittime e carnefici a seconda della prospettiva da cui si osserva l’esistenza,  che finalmente sì,  “siamo anche noi protagonisti!”. 
E poi, stringendo geo-grafica-mente la visuale, i morti uccisi dal petrolchimico, da una sentenza mostruosa nella sua banalità, nel suo mortificare la speranza di chi si aggrappava a qualcosa che potesse restituire un senso, una ragione, all’inspiegabile logica mortifera dell’economia, di cui si erano vittime.
E infine, il focus su un indirizzo di Venezia, sestriere Dorso Duro, in settembre.
Sono a casa di mia madre.
La malattia, e ancor più la cura, l’hanno ridotta alla semi-incoscienza costante.
È seduta in poltrona, le gambe avvolte in diversi strati di tessuto per contenere la continua perdita di liquido che sembra acqua;  liquido amniotico di ritorno, che spurga: che espelle un mare di male.
La tivù è accesa, a tramortire il silenzio che altrimenti occupa tutto lo spazio in modo insopportabile.
I miei occhi rincorrono quella distrazione, come a fuggire dagli altri sensi che invece stanno a contatto con la dolorosa presenza che mi ha generato.
I miei occhi vedono l’aereo contro la prima torre, poi l’altro aereo contro l’altra torre.
Poi il crollo verticale di una e poi dell’altra.
Poi polvere, una quantità impressionante, talmente tanta, penso, da far sparire, coprendola, quella visione irreale, impossibile, impensabile.
Penso ai morti, sento una fitta ad una gamba, poi all’altra, poi il mio crollo.
Torri e gambe, crollo in simultanea.
Sento l’intensità del dolore crescere, permeare il mio corpo in modo violento.
Sento che una buona parte del mio dolore è privato, intimo, a pochi metri da me e ha il nome e la forma della persona che mi ha messo al mondo.
Il mio solitario lutto di polvere copre di vergogna, di pudore, tutti quelli che sto vedendo in televisione perché li supera, li annienta, benché ne percepisca la fratellanza, la composizione basica di male e paura.
Il duemilauno è la storia.
È la storia di tutti ed è la mia storia.
La storia la si scrive, la si racconta ed è perciò sempre interpretazione soggettiva.
E il nuovo millennio, quando lo studieranno a scuola, sarà descritto come l’annus horribilis per un occidente ormai moribondo.