lunedì 13 febbraio 2012


Sono stato alla conferenza stampa di Cà Tron.


Brevemente: da qualche anno hanno occupato in quanto c’era il rischio di vendita del palazzo, scongiurato il quale, il senato accademico ha deciso di investire e restaurare, e ha inoltre riconosciuta la meritoria attività culturale del gruppo di occupanti.
Insomma, cadute le ragioni dell’occupazione, hanno deciso di confrontarsi in un contesto più formale.
Ecco alcune suggestioni che mi giravano in testa mentre li ascoltavo.
Pensavo soprattutto ad un elemento primario: al bisogno ancestrale di esistere in relazione con gli altri.
Ogni occupazione ha in sé spinte e istanze discutibili, discusse, giuste o sbagliate, condivisibili o meno. E quasi ogni volta si discute in termini di diritti, di violazioni, di spazi, di recriminazioni che suonano, ambo le parti, vuote: lo sembrano perché paiono voler raggiungere uno scopo, e che per raggiungerlo occorra sfoderare il pacchetto di parole retoriche, un po’ finte, o quantomeno non sentite, ma solo strategicamente pronunciate.
A me pare che il punto centrale fosse il desiderio o, mi ripeto, il bisogno, di stare insieme, di discutere, di analizzare, di monitorare fenomeni legati nello specifico al territorio, al suo svuotamento, alle azioni politiche che ne fanno sempre più un tesoro da sfruttare, e sempre meno una città da abitare.
Il tutto, con  gentilezza e garbo inconsueti, o almeno lontani dai luoghi comuni che immaginano tribù di ragazzini infoiati che urlano cose senza senso.
L’università come ponte tra il sapere formale degli studenti, e i bisogni della cittadinanza che non ha spazi in cui trovarsi e parlare; organizzare eventi culturali perché la cultura consente di tradurre e interpretare l’esistente.
Concludo sottolineando come uno dei bisogni primari dell’uomo, quello di costruire relazioni sociali, sia stato in questi anni compromesso da abitudini tendenti all’isolamento. Ricordo la Venezia della mia infanzia, dove le calli, i campi, le corti erano piene di persone che si trovavano, chiacchieravano, intessevano relazioni. Era una comunità viva, attiva che formava un tessuto sociale significativo: ma parlo di una città, di un comune, che contava quasi centomila abitanti in più, che si sono spalmati nell’infinita suburbia del nord est: un agglomerato bellino e ordinato, ma socialmente sterile, formato da pendolari stanchi, da trasporti inefficienti, di cui tutti parlano e si lamentano, senza però organizzarsi per porvi rimedio.
Pensavo a questo mentre si dicevano le ragioni dell’occupazione e della decisione di intraprendere una nuova fase, che riconosca le loro ragioni e le sdogani in istanze pertinenti e importanti. E di come questa sia un’opportunità per tutti: studenti, cittadini, associazioni: persone insomma, cui è data una possibilità da non svilire, semplicemente appoggiandola, ma partecipandola.

Cristiano Prakash Dorigo

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