giovedì 27 dicembre 2012

Intervista a radio cà foscari 4


D4: ho notato che nel libro si usano diversi stili; ad esempio la scrittura drammatica, o quella diaristica: quanto è complicato passare da un genere all'altro? oppure, come dicevi, sono scritti raccolti nel corso degli anni, e quindi in periodi diversi: ma come è possibile, e se secondo te è fattibile, dare una stessa voce a una scrittura così variegata?

R4: inizio dall'elemento più semplice, visto che la domanda è così complicata e stratificata. Innanzitutto direi che, trattandosi di una selezione di racconti scritti in una decina d'anni, se non ci fosse un cambiamento, sarebbe quasi tragico. La scrittura è un esercizio: ci si allena a farlo, per diversi motivi che magari analizzeremo, e più lo si fa, più diventa semplice, in termini di meccanica penso/scrivo,anche se a volte ho l'impressione che la scrittura sia un accadimento che non dipende da me, ma che vive a prescindere dalla mia disponibilità. Ma vorrei specificare meglio; l'intervista alla radio mi ha dimostrato l'asincronia tra pensiero-sapere-verbalizzazione: quello che sto scrivendo adesso, è grossomodo quello che avrei potuto e voluto dire, se mi fossi connesso a quel che stavo facendo. Ma così non è stato, e allo stesso modo in cui non è stato, lo stesso capita, al contrario, quando scrivo: escono parole, frasi, pensieri, che se non scrivessi, non avrebbero quella forma, quella sostanza, contenuto, senso: insomma, sarebbero diversi.
La questione riguarda certo il sistema neurologico: io funziono così, punto. E credo che per me non sia molto importante capire, scoprire perché: non in questo ambito, almeno.
Pemesso questo, spero di rispondere in modo meno complicato al resto della domanda.
Un racconto, o un pezzo di diario, nascono e si formano in un modo che non so descrivere in termini di casualità, come dicevo, ma tento di spiegare quello che ricordo di alcuni di essi. Il vecchio: la prima stesura nasce dall'idea di compilare dati statistici; la festa di amici dalla constatazione di quanto siamo la prima generazione che sta invecchiando pur rimanendo più giovane di almeno una decade, e che fatica a sincronizzarsi col passare del tempo; ricordi e s-comparse è uno dei più viscerali e imprevedibili: sapevo come iniziare, ma poi ha preso piede da sé, ed è tanto complesso nel suo avanzare, quanto semplice nel senso: affronta il tema dei sintomi della vita moderna, degli effetti della frustrazione; e poi altri, che affrontano la malattia, l'incapacità di fare i conti con sé, il disturbo alimentare, il mondo della droga; supermarket nordest racconta la distanza tra quello che si è e quello che si fa; e poi il capitolo sensi, la cui genesi è un'idea scaturita dal gruppo- che mi accompagna nelle letture, e lo fa però in modo inaspettato, autoriale: raccontare attraverso gli organi di senso. Si inizia col fantasma di Bortolozzo- vittima del petrolchimico e artefice della famosa associazione-, che torna a Mestre il giorno della prima sentenza del processo; olfatto, diviso in tre parti, che racconta pezzi di cronaca autobiografica legati a vecchiaia, nascita, morte; tatto, la fine tattile di un amore; udito, l'incontro con una verità filtrata attraverso il racconto di un racconto; vista, la storia di un partigiano poeta, testimone sul monte Pizzoc delle atrocità della guerra, che si salva scrivendo una lettera d'amore.
Per concludere: la scrittura è così variegata perché quasi ogni racconto ha un inizio che ricordo, e un processo che mi ha coinvolto ed espulso insieme; li ha scritti l'autore che mi abita, e che non sempre mi fa partecipe.
Penso che la creatività sia un processo altro, uno spazio che ci ospita solo a determinate condizioni indeterminabili- questo vale per me-, e che quando scompare, quando l'idea, lo spunto, spariscono, subentri il mestiere. Penso che i capolavori prevedano questi due elementi, e che, fortunatamente, siano una caratteristica che pochi hanno. Ovviamente non faccio parte di questi pochi.



scrivere e leggere me


L'altro giorno per sbaglio sono capitato in un sito che non conoscevo,  che a mia insaputa  verifica il flusso delle visite del mio blog.
Non sono un esperto di rete, e tanto meno conosco la tecnologia, i retroscena, i meccanismi di questa fantastica opportunità moderna, che si moltiplica continuamente, con ritmo incessante. So che qualunque cosa faccia, lascio tracce: l'elettronica è una grande comodità, ma non va d'accordo con la riservatezza.
Ho scoperto che il mio blog è classificato come il 1600000esimo circa. Ho pensato che più di un milione e mezzo di blog sono più visitati del mio, e non mi sorprende, né mi suscita alcun sentimento.
L'avevo ripreso, dopo anni che non ne avevo più uno, per diffondere il verbo del mio libro, e delle attività che svolgo con Franco e Umberto, sui vari palchi che ospitano le nostre performances. 

L'altra sera parlavo con G Montanaro, finalista al Campiello, con il quale concordavamo  su una cosa: si scrive per farsi leggere, punto. Lui mi accennava a quanto sia bello  scrivere per un grande editore ( Feltrinelli, nel suo caso), di come ci si senta seguiti, coccolati e fortunati. Gli credo, e credo che, giovane com'è, riuscirà a essere tra quelli che campano di scrittura ( in forma diretta e non). Non so se chi ci riesce, lo meriti anche; non saprei nemmeno dire se lui lo merita: quello che so, però, è che piacerebbe anche a me, pur sapendo che non accadrà.
Pensavo inoltre alle statistiche scoraggianti sui lettori italiani: più di metà leggono meno di un libro all'anno ( un dato sconvolgente che spiega, almeno in parte, le ragioni del nostro vivere civile). Con queste statistiche, quello che io scrivo non ha quasi alcuna possibilità di essere letto; e scrivo questo, senza pensare al mio valore, alla qualità delle mie parole, ma sapendo di scrivere su un piano di realtà: pochi leggono, figurati se quelli che lo fanno, scelgono me ( non mi sto riferendo a me in particolare, ma a quelli come me, del mio stesso grado di famosità).
La cosa che pare incredibile, è che continuo a farlo nonostante.
Continuo, pur sapendo di compiere un'azione quasi inutile, solitaria, ininfluente.

Ieri sera mia figlia mi diceva che il vincitore di master chief della seria scorsa, aveva scritto in libro" di ricette, non di filosofia", mi ha apostrofato mentre facevo " una delle mie solite facce".
Mi piacerebbe poter affermare che scrivo per me, ma non è vero; o almeno, lo è parzialmente. Scrivo per me nella misura in cui scrivere mi libera di zavorra, mi alleggerisce. Ma lo faccio  anche perché penso di avere qualcosa da comunicare, perché sono un artista, perché ho accettato questa condizione del mio stare al mondo, perché credo che sia la cosa più utile che posso dare, perché a me piace di più dare che ricevere, perché credo che sia giusto scoprire e convivere col proprio talento, tanto o poco che sia.
Concludo dicendo che leggere è una delle migliori scelte che una persona possa concedere a se stessa, e che se si fa parte della metà che legge di più di un libro all'anno, che magari non sia di ricette, questa sarà una persona che interagisce e comunica e traduce meglio il mondo, di quell'altra metà.
E sono convinto di questo, pur consapevole che non leggerà me.

domenica 23 dicembre 2012

Recensione homo sapiens nord est


Scritti nell’arco di una decina d’anni, i quindici racconti raccolti in Homo sapiens Nord Est (Mare di carta, 2011) offrono uno spaccato originale e toccante dell’umanità che abita (come tanti di noi) a Nord-Est. Un Nord-Est, quello raccontato da Cristiano Dorigo, che da geografico diventa anche in qualche modo “luogo dell’anima”, in una cartografia dei sentimenti inevitabilmente complessa e a tratti anche contraddittoria, campo di tensione dove convivono individualismo ed edonismo, m anche un disperato bisogno d’amore e di socialità.
Secondo i dettami di quella che potremmo chiamare “autofiction” (l’autore stesso fa i nomi di  Bret Easton EllisMauro CovacichGiuseppe GennaWalter SitiPhilip Roth), spesso il protagonista dei racconti si chiama Cristiano come l’autore, quindi il libro dà l’idea di ritrarre lo stesso personaggio in fasi diverse della sua vita: giovane che si perde (e forse si ritrova) un viaggio estremo ad Amsterdam, in un racconto disturbante ma bellissimo che ricorda Tondelli, quarantenne ad una festa fra vecchi amici stile “Il grande freddo”, lavoratore disilluso in un supermarket, vecchio che ha ancora il coraggio di indignarsi e scrive al Presidente del consiglio. Il Nord-Est cambia, e così anche la scrittura diDorigo (i racconti, lo ricordiamo, sono stati scritti in un periodo di tempo sensibilmente ampio): per questo quella dell’autore è una sorta di “fotografia in movimento”, che dà l’idea dell’evoluzione anche antropologica che ha segnato i nostri territori nel corso del tempo, dagli anni Novanta dell’apogeo del mito del Veneto come Baviera d’Italia, agli anni Zero della crisi e dei suicidi. Tutti i racconti sono tasselli del mosaico che l’autore ci propone, ognuno un ritratto, una singola prospettiva, parziale eppure credibile, di quello che accade alla periferia dell’impero.
Come scrive Pino Roveredo nella prefazione, contribuisce alla godibilità del libro di Dorigo lo stile scelto dall’autore, che rifiuta “il rumore dello scalpore” per prediligere i toni di una “rispettosa dignità”.
 
 
TITOLO: Homo sapiens Nord Est
AUTORE: Cristiano Prakash Dorigo
EDITORE: Mare di Carta
ANNO: 2011
 

martedì 18 dicembre 2012

intervista radio cà foscari 3


D3- chi sono questi homo sapiens, e sono appartenenti al nord est o sono solo uno  sguardo che parte dal piccolo e si rivolge ad un orizzonte più ampio?

R3- l'homo sapiens è l'essere umano capace di discernere, pensare, elaborare la complessità. Volevo de-scrivere un territorio, attraverso la soggettiva dei vari personaggi: ogni autore ha le sue ossessioni, i suoi interessi: la mia ossessione è la condizione umana. Il nord est è il posto che conosco meglio, in cui sono nato, in cui più ho vissuto. Per mia fortuna ho potuto visitare e vivere in altri posti, in Italia e all'estero, e quindi non ho il limite stretto della provincia a condizionare le mie sensazioni, le esperienze, il modo di pensare e vedere il mondo. In questo senso, perciò, il mio homo sapiens è, almeno nelle intenzioni, al contempo co-stretto al suo ambiente vitale, ma al anche universale nelle istanze, negli slanci emotivi, nel vissuto profondo.
Anche per il nord est è inteso come luogo geografico e archetipico di un certo modo di intendere la vita, ed è contemporaneamente universale. A nord est in un secolo si è passati dall' essere un popolo emigrante, a gente che si confronta con l'immigrazione; che ha conosciuto la povertà, poi la ricchezza, e non sempre un'adeguatezza in termini di pensiero su questi cambiamenti epocali. Il passaggio attraverso questo cataclisma esistenziale, costretto a confrontarsi in quest'ultimo periodo con una nuova e grave crisi economica, ha prodotto una forte identità territoriale, rinforzato un linguaggio comune che si contraddistingue, mi si passi la rozzezza, in " ho il diritto di lavorare come un pazzo e di guadagnare tanto". Nei miei recenti anni di osservatore della provincia, mi sento di poter dire che questo pensiero sembra aver incarnato l'ossessione, fino al punto di diventare pregnante, e di aver relegato la vita vissuta, ad accessorio secondario di quella lavorativa.
In questo libro cerco di raccontare non tanto la cronaca, quanto la reazione interiore a tutto ciò.

venerdì 14 dicembre 2012

Intervista cà foscari 2


D2- i racconti sono divisi in “storie” e “sensi” a nord est: come nasce questa divisione?

R2- il libro contiene quindici racconti, divisi in due capitoli: quelli appunto da te citati.
Rispondo facendo un giro largo, ma arrivo.
Innanzitutto direi che i riscontri che ho avuto, quelli più tecnici intendo, e che riconosco come i più competenti- anche se mi hanno fatto molto più piacere quelli spontanei, sentiti, emozionati-, dicono sostanzialmente due cose: uno, che alcuni racconti, più che tali, sembrano estrapolazioni di un potenziale romanzo; due, che alcuni di questi non sono tecnicamente “racconti”. Io condivido queste osservazioni: un racconto dovrebbe iniziare, svilupparsi, concludersi, e non tutti hanno questa struttura.
Il primo capitolo, che comprende dieci storie, contiene racconti i cui personaggi descrivono, o vengono descritti, secondo una categoria sociale, sociologica, con  caratteristiche concrete, reali, verosimili: si inizia con un lavoratore di supermercato, poi un impiegato, un anziano, un tossico, due coppie che si recano ad Amsterdam per sublimare e liberare le proprie frustrazioni, un prete che decide di incontrare la sua ossessione, un vecchio che scrive al presidente e si racconta, un quarantenne e i suoi amici che non si rassegnano al tempo che passa e fanno le stesse cose da decenni, in questo caso una festa, ecc.
Nel secondo capitolo, invece, il racconto si sviluppa attraverso gli organi sensoriali: si inizia con gusto, racconto fantasmatico dedicato a Bortolozzo, vittima delle logiche mortifere del profitto, in questo caso del petrolchimico di Marghera; per passare a olfatto, suddiviso in tre brani autobiografici, che tratta della nascita e della morte come esperienze topiche; tatto, sulla fine di un amore; udito, sull'ascolto di una storia nella storia di un'esperienza pesantissima; per concludere con vista, lettera d'amore di un partigiano-poeta ambientato in Cansiglio, durante la seconda guerra mondiale.
Aggiungo infine che il capitolo "sensi" risale a un progetto riguardante un ciclo di letture che, insieme ai miei "soci", avevamo deciso di proporre in versione reading, nei palcoscenici che ci hanno ospitato in questi ultimi anni. Si era pensato che rifarci a una tematica, avrebbe consentito a ciascuno di noi di seguire una stessa traccia. Mi pare evidente che per le "storie", sarebbe stato più complesso.


giovedì 13 dicembre 2012

intervista a radio cà foscari 1


L’altro giorno sono stato intervistato da Radio Cà Foscari. Intervista alle 16.30 per la trasmissione delle 19: 15 minuti in tutto.
L’intervistatore, Alessandro, un dottorando in critica letteraria, mi ha fatto diverse domande, tutte pertinenti, alle quali ho risposto in modo a dir poco claudicante.
Ci ho pensato; pensavo alle ragioni per cui se devo parlare del mio libro, le parole mi escono titubanti, incerte, affollate di pensieri, che sfoltiti risultano vagamente stitici.
Venivo da un’intensa giornata di lavoro- operatore sociale, ergo: parole e pensieri parlati e ascoltati-, ero stanco, sapevo che dovevo andare in sala prove, che mi devo trasferire di casa nell’arco di qualche mese, ecc. Dinnanzi a una prova scarsa, le scuse che si possono trovare sono molte, variegate, fantasiose, e spesso pretestuose.
La verità, mi sono detto, è un’altra. In realtà devo accettare- devo imporlo a me stesso, il quale è spesso refrattario alle imposizioni- di prepararmi, almeno un poco; organizzare qualche pensiero articolato, delle suggestioni, degli spunti da cui partire per poi andare a braccio.
E allora scrivo le domande- come mi fossero fatte qui, adesso-, e risponderò scrivendole, - come potessi formularle qui, adesso-.
Mi limiterò per ora alla prima domanda.

-La prima domanda riguarda il nome: come mai Prakash?

- Confesso che non mi piace molto parlarne: il nome l’ho scritto per me, non per mostrarlo agli altri, ma so al tempo stesso che scrivendolo, ne devo rispondere.
Il nome Prakash risale ad una fase della mia vita che definisco spirituale. C’è stato un periodo, durato qualche anno, in cui praticavo con assiduità la meditazione, leggevo libri di maestri illuminati- moltissimi di Osho e di Krishnamurti-, dai quali ho tratto insegnamenti che a tutt’oggi conservo e che cerco di mettere in pratica. Uno di questi, a mio modo di vedere, uno dei più rivoluzionari, è quello di vivere totalmente il presente. Mi spiego meglio: passiamo gran parte della nostra vita, e sprechiamo molta energia, stando dietro ai pensieri e alle ossessioni e proiezioni: pensiamo al passato, prefiguriamo il futuro, e raramente viviamo il presente subitaneo, il qui e ora. Siamo travolti da condizionamenti famigliari, educativi, culturali; paghiamo in termini di frustrazione, di sintomi, di malattie, perché non ci sentiamo adeguati: non siamo mai come vorremmo essere, ci sentiamo sbagliati, traditi da noi stessi, concupiti, non ci basta mai ciò che abbiamo.
Per me, per la mia vita, Prakash rappresenta tutto ciò: è un memento, un monito, uno sprono a ricordarmi che quando non sono in me, quando inseguo pensieri, quando non sono presente, attento, non sono Prakash, ma solo Cristiano Dorigo, che è il mio nome anagrafico.
...
continua

lunedì 10 dicembre 2012

Caro presidente... Estratto da "il futuro è vecchio", tratto da homo sapiens nord est


Ci pensi davvero presidente.
E inoltre, glielo dico con fatica perché so che lei non vuole fare la parte del vecchio e sta usando tutti i mezzi a sua disposizione - che sono molti, lo sappiamo tutti- per non sembrarlo.
Le dicevo della fatica che faccio perché, appunto, la rispetto.
Lei è una persona importante, potente, influente.
Io la vedo, sa? Nel senso che vedo oltre quello che lei vuol far apparire.
Lei è ricco, può darsi si faccia il lavaggio del sangue, che si sia sostituito gli organi interni, che si sia fatto un trapianto ai capelli, li abbia tinti di nero, che si sia fatto un trapianto ai genitali; è quello che si dice di lei, che dicono i suoi detrattori, e che nessuno ha mai smentito.
Tutto questo le è utile per sembrare in forma, in gamba.
Tutto ciò serve a mostrare, a esibire un corpo perfetto, un umore invidiabile, una simpatia irresistibile.
Perfino quella storia delle giovani ragazze che lei non pagava, ma che sono comunque donne che si muovono solo dopo aver ricevuto cifre consistenti - e qui, il suo piano di conquista e convincimento, a molti suscita sdegno e rabbia con le pensioni che la maggior parte dei suoi coetanei intascano- è stata una trovata molto intelligente: è sicuramente servita a nutrire la sua leggenda, la sua immortalità. Un vero mascalzone, un guascone che non sa resistere al richiamo della natura. Ci ha fatti sorridere tutti, sa?
Però poi, conclusa l’espressione compiaciuta, ci siamo chiesti come sia possibile che alla sua età lei possa ancora farci intendere di avere rapporti sessuali ripetuti, continui.
Insomma, a noi mica la racconta: lo sappiamo com’è la prostata di un uomo anziano, la schiena, i reni, il cuore.
Insomma, le leggende servono a creare i miti.
La realtà a rendere i miti, esseri umani.
E gli esseri umani, converrà con me, sono per definizione, per evidenza, per loro natura, quanto di più imperfetto ci sia al mondo...

sabato 8 dicembre 2012

caro Fabio Fazio

Caro Fabio Fazio,
appartengo alla numerosa schiera di persone che hanno scritto dei libri che pochissimi hanno letto, che hanno ricevuto conferme entusiastiche - alcune sincere, altre di circostanza-, che hanno raccolto silenzi che si devono rispettare, che oscillano quotidianamente tra la consapevolezza che il meglio è già stato scritto, e che sognano però, al contempo, di avere qualcosa da comunicare i propri simili.
Perché ti scrivo?
Innanzitutto, a scanso di equivoci, per ovviare il timore di sembrare maleducato, ti dico che mi permetto di darti del tu perché siamo coetanei; e benché questo significhi essere adulti da qualche decennio, insomma, confesso che faticherei un pò a simulare il "lei". Immagino che questo non favorisca il tuo benvenuto, ma non intendo chiedere favori, e nemmeno penso che questo faciliterà la tua lettura di questa mia; in verità- non posso che scrivere la mia verità in una lettera-, lo faccio perché mi riesce più facile osare la confidenza, l'intimità, usando il "tu".
Ebbene, come dicevo all'inizio, sono uno che scrive, che non ha alcuna possibilità di diventare uno che campa di quello che scrive, perché al di là della qualità della mia scrittura- che non posso giudicare io, ci mancherebbe!-, gli argomenti che tratto sono poco appetibili agli stomaci e ai palati dei più.
In Italia si legge poco, si scrive troppo, si comprano pochi libri, alcuni dei quali non dicono niente, non modificano le coscienze, non aumentano il sapere, la percezione dell'esistente, la conoscenza di sé, ma raccontano storie che consolano, che inducono alla mediocrità, che usano un linguaggio televisivo, che rassicurano che il bene prevale sul male, nonostante quest'ultimo, quasi quasi, ce la stava per fare. Più o meno lo schema delle favole, traslato ai bisogni e al target giusto.
Leggevo l'altro giorno l'intervista ad una grande scrittore, il quale diceva che è molto più importante leggere che scrivere, e io concordo con tale affermazione.
E arrivo al punto.
Il punto è proprio questo: è importante leggere; e non tanto e non solo perché leggendo si impara, ma perché ci si può perdere, si può smarrire il senno, immergersi in storie, in parole, negli spazi tra le parole; si possono smuovere, spostare, riconsiderare i pesi, i nodi, le credenze che ci affliggono e ci ammalano. Perché leggendo si può capire che la nostra verità è parziale, piccola, confusa; e la realtà è altra, è complessa e semplice, è dura e dolce, e che termini contrari si compenetrano e nutrono vicendevolmente.
Io penso che anche tu la pensi così, che serva, che sia necessario, che sia spirituale e materico, che aiuti a comprendere che la comprensione è parziale e soggettiva.
Ed eccomi di nuovo al punto. Se è così, se così dev'essere, se così sia, perché presenti certi libri, certi scrittori- scrittori?-; perché consenti certe marchette, perché rasenti così spesso la mediocrità trasfigurandola in virtù, confondi la retorica melensa in letteratura?
Non posso credere che non lo sappia, che ti senta a posto così, col tuo stipendio, il tuo potere, il tuo circolo di amici e di nostalgie e di speranze senza speranza.
Quando promuovi un libro, questo vende un numero impressionante di copie: sei una catapulta, uno che in dieci minuti cambia la vita di una persona.
Qualche volta rompi i limiti, vai oltre la cornice, osa.
Cosa potrà succedere?

Un caro saluto
Cristiano

martedì 27 novembre 2012

Anniversario e comprensione


Caro C, ti racconto una piccola storia, un episodio che appartiene al mio passato remoto. Lo faccio per un personale bisogno di autenticità, perché oggi ricorre l'anniversario di morte di D, e perché ho capito, credo,  il ricambio generazionale in termini di ruoli e di funzioni,. Nasciamo figli, e ad alcuni di noi capita di diventare genitori.
Ti confesso, non senza imbarazzo, che mi sono accorto solo di recente di aver sempre mirato al bersaglio sbagliato, di aver focalizzato un punto ininfluente, in una vicenda, invece molto importante.
 Ti invio questa pagina del mio diario di allora.

"Sono andato al funerale del mio amico D quando avevamo entrambi ventitre anni.
È stata un'esperienza difficilissima, estenuante, rovinosa. Il mio amico D è morto per overdose di eroina. L'hanno trovato una mattina, rigido, con le labbra e le unghie blu, seduto sulla sua auto, con la testa appoggiata al volante e la siringa piantata sul braccio destro, perché era mancino e usava la mano sinistra per bucarsi.
Sua madre, la signora Z, non vedendolo rientrare la sera, aveva allertato la polizia, la quale aveva risposto che avrebbe segnalato la cosa, ma che, vista l'età del ragazzo, magari aveva trovato qualcosa di meglio da fare, che non tornare a casa.
La madre non gli aveva detto che sospettava che il figlio facesse uso di droga pesante; che i soldi, ultimamente, sparivano dalla cassa del negozio, un panificio; oppure dal suo taccuino, che una volta aveva perfino fatto una brutta figura al supermercato perché era convinta di avere dei soldi, che invece non c'erano più. Non aveva avuto la prontezza di dirgli che per tutta l'estate suo figlio aveva usato la camicia con le maniche lunghe, che prendeva sonno davanti al piatto di minestra, che trovava macchie di sangue sui fazzoletti, ecc.
Io e D avevamo iniziato insieme tirando la roba con delle banconote arrotolate, come avevamo visto nei film. Il sapore che ci arrivava in gola era amaro, ma il calore che ci prendeva in tutto il corpo, il senso di pace, la facilità con cui ogni azione era la migliore delle azioni che un essere umano potesse fare, rendeva quell'amaro, un dolce preludio all'estasi.
Era un gioco all'inizio, che un pò alla volta riempiva i nostri giorni vuoti.
Era facile cedere spazio e tempo alla ricerca della roba; dopo un pò, ti faceva crescere fino a comprendere e smascherare le ipocrisie del mondo degli adulti, che erano drogati di qualcos'altro, magari legale, ma che nella sostanza non cambiava: loro bevevano, giocavano per soldi, si facevano donne e uomini all'insaputa delle famiglie, venivano a comprarsi anche loro la roba: il tutto però, con la parvenza della normalità.
Quando mi sono accorto che il gioco era diventato bisogno, e poi necessità di sopravvivenza, io ho mollato.
D invece aveva trovato una morosa, A, che pur di avere soldi e roba, gli faceva fare tutto quello che voleva, e gli insegnava quello che non sapeva. E aveva anche un amico del liceo, B, che faceva l'impiegato, e che andava con loro il fine settimana a prendere la roba; ma non lo sapeva nessun altro, se non io, D, A, e il fornitore.
Per quanto ne so, D e A, avevano intensificato l'uso, fino ad abusarne, fino a rendere il vizio e il piacere, l'unica ragione di vita; una vita che sfidava la morte con la superbia della giovinezza e la fiducia ingenua degli ignari.
Al funerale gli sguardi della madre, quelli cattivi e disperati, erano rivolti a me: ha sempre pensato che io fossi quello cattivo, e B, il suo amico impiegato, quello buono. Nella sua semplicità, e forse ancor più nella sua esperienza, credeva al dualismo bene-male: l'intera umanità apparteneva all'uno o all'altro, senza sfumature, senza sofismi. Non poteva capire che eravamo tutti e tre sia buoni che cattivi, che suo figlio si faceva e io non più, che la morosa era una che faceva di tutto per una pera, e che l'amico, il sabato diventava un fattone come tanti.
Pensarlo solo, in auto, con la testa appoggiata al volante, con le unghie e le labbra blu, mi dà la nausea, mi fa sentire solo, mi fa pensare all'abisso, alla caduta, al vuoto di questa vita. Ogni notte lo vedo in quella posizione, e non so darmi pace.
E allora ripenso a quando ci siamo conosciuti, a quando ascoltavamo i dischi, a quando pensavamo al prossimo viaggio che avremmo fatto, a quando ci salutavamo abbracciandoci forte.
E disteso a letto, mentre rivedo il blu, il volante, e mi pare di sentire il freddo della notte, mi giro le braccia attorno al petto e mi abbraccio sperando di scaldare il suo corpo ormai freddo, di ridare colorito alla sua pelle, di restituire battito al suo cuore."

Come dicevo all'inizio di questa mia, credo di aver capito e finalmente perdonato D, A, B, e anche e soprattutto sua madre Z, per quegli sguardi severi, per quelle colpe che non avevo, per quel dolore sordomuto che le aveva distrutto la vita.
Capisco che aveva bisogno di attribuire la colpa ad un colpevole, che doveva scaricare su qualcuno un dolore che le era impossibile accettare per quello che era.
Per molti anni ho sentito il rammarico e la tristezza di un'accusa infondata, e l'intima, egoistica mancanza dell'amico, e nient'altro.
Lei non mi ha mai perdonato, l'ho capito quando un giorno, per caso, fuori di un supermercato, mentre andavo a fare la spesa con mio figlio D, l'ho riconosciuta, seduta su una sedia a rotelle, spinta da una badante: mi ha rivolto un'occhiata veloce, spenta, eppure forte come una frustata.
Mio figlio l'ha notata e mi ha chiesto chi era.
Gli ho risposto che era la madre di un amico a cui avevo voluto bene, e che lei aveva amato moltissimo.
Un caro saluto, tuo B



sabato 10 novembre 2012

festival dei matti



FESTIVAL DEI MATTI 2012 – quarta edizione


Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo - al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa.

Antonella Anedda


Diciamo "mentale" il dolore dei matti ma, nel perimetro angusto della mente, quel dolore appare rarefatto, frantumato, solo alluso. Il suo grido non ferisce i nostri timpani.
Diciamo "mentali" lo squilibrio, lo smarrimento, l'esuberanza, le figure lievi della follia, ma anche qui è un dire difettoso, sottrattivo, fuorviante. Occorre allora smontare l'equazione che riduce la follia a fatto della mente, ricominciando a interrogare "carne ed ossa" perché non ammutolisca questa condizione umana che più di ogni altra si inscrive nel corpo e del corpo forse sa parlare.
Parleremo di corpo e di corpi, della loro ambiguità costitutiva, del loro scampare alla gabbia muta dell'oggettività, del loro ribollire di un sociale fatto di moltitudini, bisogni, conflitti, ma anche di complicità e di alleanze. Delle loro anime plurime. Del "corpo a corpo" che li abita.

È dunque questo il tema della quarta edizione del Festival dei Matti, quello del ‘corpo’ che è stato oggetto di dibattito in tutto il Novecento. Dimora intrascendibile dell’uomo,   contemporaneamente interno ed esterno, dentro e fuori, il nostro corpo  è la prima interfaccia con il resto del mondo, ma anche “luogo”  della follia e motore artistico senza confini: una qualità che contiene le altre due, per una tre giorni di eventi diversi che intrecceranno la presenza di ospiti di pregio e mostre, laboratori, incontri e spettacoli teatrali, che invaderanno alcuni spazi della città di Venezia tentando di dipanare questo fil rouge che ha troppo spesso avuto declinazioni dicotomiche. Il ‘corpo’ sarà perciò smontato e ricucito, perché dire ‘corpo’ è nominare contenuto e contenitore assieme, perché il corpo è “la scure”, check-point aperto tra l’io e il mondo, ossia quella terra promessa che diventa sua mèta.

Il Festival durerà tre giorni, venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 novembre, ed è realizzato con il patrocinio della Regione del Veneto, della Provincia di Venezia e dello Iuav.
È una manifestazione ideata dalla Cooperativa Con-tatto, in collaborazione con il Comune di Venezia – Assessorato alle attività culturali, di ForMatArt, Università Ca’ Foscari di Venezia, Venezia Marketing & Eventi, HelloVenezia, media-partner Sherwood.

Si inizierà venerdì 16 novembre alle 10.00 con l’inaugurazione della prima delle due mostre in programma, La Cervia Eustachea.  Atelier dell’Errore a S. Stae, a Venezia” a cura di Atelier dell'Errore ONLUS. Si tratta di un progetto site-specific che mette in relazione la leggenda di Sant'Eustachio, cui la chiesa veneziana sul Canal Grande è dedicata, con il lavoro grafico e video di Atelier dell'Errore. Atelier dell'Errore, nato dieci anni fa, è un progetto di scultura sociale  ideato dall'artista visivo Luca Santiago Mora per la  Neuropsichiatria Infantile dell'AUSL di Reggio Emilia. Domenica 18 novembre alle ore 14.30 si terrà presso la chiesa una lezione magistrale tenuta dai piccoli professori della Libera Università dell'Atelier dell'Errore (il corpo docente è costituito da tutti i ragazzini inviati in atelier dalla Neuropsichiatria) in cui verrà presentato il progetto per San Stae e la filmografia completa di Atelier dell'Errore. L’incontro sarà condotto da Cristiano Dorigo, autore e scrittore, con la partecipazione di Giovanni Lindo Ferretti, musicista e scrittore.
La seconda è invece “BISOGNA AVERE LA STOFFA!” aperta venerdì 16 (18-20.00) e sabato 17 (10-17.00) presso la Sala San Leonardo, con opere realizzate dalle donne della cooperativa Blu Cammello di Livorno. Il progetto di ‘riciclaggio della stoffa’ è da anni condotto da Clara Rota e Roberto Bargellini, maestri d’arte convinti che il lavoro di gruppo sia contatto di “corpo e corpi”. Durante la convivenza lavorativo-artistica, le donne della cooperativa hanno realizzato delle creature di stoffa a partire dai disegni dell’artista Riccardo Sevieri, che emanano un umorismo ludico, tragico e tenero che spiazza lo spettatore: questi manufatti sono diventati “oggetti sentimentali” marchiati “ZERO FOLLIA”.

Il laboratorio “ANTICORPI” di Clara Rota si terrà venerdì 16 presso la Fondazione di Venezia (10-16.30) ed è rivolto a chi a voglia mettersi in gioco. Anticorpi, necessari per combattere la paura. L'indifferenza è un velo che invade il nostro campo visivo, insinuandosi nel nostro quotidiano. Il laboratorio è una sorta di vaccinazione collettiva. Un laboratorio dove attivare il corpo per mettersi in con-tatto, un corpo a corpo che crea il piacere della condivisione per scoprire la forza miracolosa del gruppo. Per uscire dall'isolamento, per provare esperienze collettive artistiche e rituali, per ritrovare nuove armonie, alla ricerca di una convivenza possibile per dare spazio alla poetica di quella strana condizione umana chiamata follia.
Altro laboratorio sarà “ArtEducazione. Danza, Capoeira e Musica” a cura di Progetto Axé Italia, destinato a bambini ed adolescenti, e si terrà sabato 17 novembre presso la Fondazione di Venezia dalle ore 14.00, preceduto al mattino da un incontro rivolto a educatori, insegnanti ed operatori sociali e al quale interverrà lo stesso fondatore e attuale Presidente di Progetto Axé, l'italiano Cesare de Florio La Rocca. Progetto Axé è nato nel 1990 in Brasile per dedicarsi a bambini e ragazzi di strada attraverso l’ArtEducazione. Progetto Axé opera oggi anche in Italia guardando all’esperienza dell’arte collocata in una dimensione sociale rivolta al recupero dei giovani in difficoltà e proponendo la metodologia pedagogica sviluppata in questi 22 anni in Brasile con oltre 20.000 giovani come modello applicabile anche alla realtà del nostro Paese per il miglioramento della vita dei tanti ragazzi emarginati e a rischio.

Gli incontri del festival si articoleranno durante tutte e tre le giornate.
Il Telecom Italia Future Centre ospiterà venerdì 16 novembre alle 16.30 l’evento “Il corpo delle parole” con Alberta Basaglia, Maria Grazia Giannichedda e Peppe Dell’Acqua, e la presentazione della collana 180, Archivio critico della salute mentale e in particolare, della stessa collana, Franca Ongaro Basaglia, Salute/Malattia, Alphabeta Verlag, 2012. La collana intende rimettere in gioco ricerca, memoria, tensioni, intorno al singolare cambiamento che il nostro paese ha vissuto, negli ultimi 50 anni, nel campo della salute mentale, ripercorrendo lo spessore delle parole che hanno scritto questa storia, la contesa dei significati che le ha attraversate, le vie d’uscita che hanno impedito o reso possibili.

Sabato 17 novembre alle 11.30 invece, presso il Teatro Goldoni si terrà “in carne ed ossa“, l’incontro tra Alice Banfi e Michela Marzano con moderatrice Anna Poma. Una giovane artista ed una filosofa ci raccontano di un male di vivere che fa del corpo il suo campo di battaglia, terra di lacerazioni e di digiuni, di sfide urlate contro un mondo incapace di ascoltare, incapace di vedere. Un mondo chiuso,  violento, rinsecchito, diafano, che tuttavia, da qualche parte e ad un certo punto, torna a “fare spazio” per tornare in carne ed ossa ad abitarlo. Come testimoniano i recenti romanzi e racconti autobiografici delle due autrici (M. Marzano, Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere, Mondadori; A. Banfi, Sottovuoto, Nuovi Equilibri)

Su una linea comune per certi versi anche i doppi incontri di domenica 18 novembre. Alle 10.30 presso il Teatro Goldoni, “L’anima in corpo” con ospiti Massimo Cirri e Umberto Galimberti; il loro sarà un excursus  attorno al millenario dualismo platonico anima-corpo, in cui psicologia e filosofia s’incontreranno ad indagare questa dualità, ma anche a smontarne gli assunti e rimontarne l’enigma, restituendo l’anima a quel corpo che fa dell’uomo il solo e irriducibile ‘animale sociale’. Ecco dunque che l’appuntamento del pomeriggio si coniuga con il precedente: alle 16.30 presso l’Ateneo Veneto si terrà “Corpi sociali” con ospiti il sociologo Aldo Bonomi e lo psichiatra Franco Rotelli. Percorsi tangenziali di ‘corpi-altri’, laddove lo “sfarinamento dei legami” nella società porta a rifugiarsi o a virare verso una sofferenza che finisce per configurarsi come “malattia sociale”. Bonomi è anche autore del recente Elogio della depressione (Einaudi 2011), scritto con lo psichiatra Eugenio Borgna.

I due spettacoli teatrali, unici eventi a biglietto, saranno incentrati sul motivo della mente- corpo, messa in scena e spogliata in “UNO STUDIO PER LA NAVE DEI FOLLI” di Elisa Roson e Federica Di Rosa e a cura dell’Associazione FormAttArt, in programma sabato 17 novembre al Teatro Goldoni.  Una storia di terra e mare. Di una nave ancorata ai confini del mare, una fusta disonorata, sottratta alla benevolenza. Di uomini legati mani e piedi nell’isola di San Servolo nel 1901. Delle vite dei dimenticati, rinchiusi nel silenzio dei manicomi giudiziari, nell’anno 2012. Tre luoghi, lontani nel tempo, che sono però la rappresentazione di uno stesso luogo, arcaico e disumano: prigioni costruite dagli uomini savi per ingannare il proprio sguardo, per allontanare la paura.  Lo spettacolo, curato dall’Associazione ForMattArt, vuole ostinatamente tenere desta la memoria del passato e mostrare il presente così com’è, con i suoi orrori, le sue aberrazioni, nella folle speranza che tutto questo presto finisca. E non accada mai più.
E così avviene anche per Kociss di Giovanni dell’Olivo, in scena al Teatro Goldoni domenica 18 novembre, uno spettacolo che mette al centro la vicenda dell’omonimo e famoso bandito veneziano, ricordato di recente anche nel film-documentario di Carlo Mazzacurati Sei Venezia (2010). Protagonista sarà dunque la voce di dell’Olivo che ‘si fa corpo’, per dare vita al personaggio del celebre Kociss in forma di teatro-canzone, con l’accompagnamento del collettivo Lagunaria.




Festival dei Matti 2012
Quarta Edizione
CORPO A CORPO

16-17-18 Novembre
a Venezia

Il programma



VENERDÌ 16 NOVEMBRE
10.00 - 17.00
CHIESA DI SAN STAE
“La cervia eustachea. Atelier dell’errore a S. Stae, a Venezia” di Luca Santiago Mora e Atelier dell'Errore. Inaugurazione della mostra

10.00-16.30
FONDAZIONE DI VENEZIA
“ANTICORPI” Laboratorio condotto da Clara Rota

16.30-18.30
TELECOM ITALIA FUTURE CENTRE
“Il corpo delle parole” con Alberta Basaglia, Maria Grazia Giannichedda e Peppe Dell’Acqua, Presentazione della collana 180, Archivio critico della salute mentale e, in particolare, della stessa collana, Franca Ongaro Basaglia, Salute / Malattia, Alphabeta Verlag, 2012

18.00-20.00
SALA SAN LEONARDO
“BISOGNA AVERE LA STOFFA” di Clara Rota e le donne della cooperativa Blu Cammello di Livorno. Inaugurazione Mostra

SABATO 17 NOVEMBRE
10.00-17.00
SALA SAN LEONARDO
“BISOGNA AVERE LA STOFFA” mostra a cura di Clara Rota e le donne della cooperativa Blu Cammello di Livorno.

11.30-13.00
TEATRO GOLDONI
“in carne ed ossa“ incontro tra Alice Banfi e Michela Marzano

21.00
TEATRO GOLDONI
Spettacolo Teatrale “UNO STUDIO PER LA NAVE DEI FOLLI” di Elisa Roson e Federica Di Rosa

DOMENICA 18 NOVEMBRE
11.00-12.30
TEATRO GOLDONI
“L’anima in corpo” incontro con Massimo Cirri e Umberto Galimberti

14.30-16.00
CHIESA DI SAN STAE
“La cervia eustachea”. Presentazione della mostra al pubblico a cura della Libera Università dell’Atelier dell’Errore, con un intervento di Giovanni Lindo Ferretti. Conduce Cristiano Dorigo.

16.30-18.00
ATENEO VENETO
“Corpi sociali” incontro con Aldo Bonomi e Franco Rotelli

18.30
TEATRO GOLDONI
Spettacolo teatrale “KOCISS” di Giovanni Dell’Olivo e il Collettivo di Lagunaria



***

I luoghi del Festival


Chiesa di San Stae – Santa Croce 1981, Campo San Stae

Sala San Leonardo – Rio Terà San Leonardo, Cannaregio 1584

Fondazione di Venezia – Dorsoduro 3488

Future Centre Telecom – Campo San Salvador, San Marco 4826

Teatro Goldoni – San Marco 4650/b – centralino: Tel. 041.2402011 – biglietteria: Tel. 041.2402014

Ateneo Veneto – Campo San Fantin, San Marco 1897

***

Info e prenotazioni


Tutti gli incontri sono ad ingresso libero.
I laboratori sono ad ingresso limitato. Info e prenotazioni al 348.2589383
Gli spettacoli teatrali sono a biglietto. Prevendita presso la biglietteria del Teatro Goldoni: lunedì – venerdì 10.00-13.00 / 15.00-18.30. I giorni 8 e 15 novembre: 10.00-13.00. Tel. 041.2402014

Studio per la nave dei folli – sabato 17 novembre ore 21.00, Teatro Goldoni
Biglietti: platea intero 18 euro, ridotto 16 euro; gallerie intero 15 euro, ridotto 13 euro; loggione unico 10 euro. Orario biglietteria sabato 17 novembre: 15.00-18.30 / 19.30-21.00.
Giovani a teatro www.giovaniateatro.it

Kociss – 18 novembre ore 18.30, Teatro Goldoni
Biglietti: 12 euro
Orario biglietteria: 18 novembre ore 15.00-18.30

I biglietti si possono acquistare anche al sito: http://www.teatrostabileveneto.it/ alla voce ‘teatri-Teatro goldoni-calendario’.


domenica 4 novembre 2012

ikea, il giorno dei santi: appunti sparsi sul marketing proiettivo gentile. parte 2

parte 2
La fame incombe, lavora di brutto, borbottii, salivazione: la fila è la conferma della teoria di Pavlov. L'attenzione morbosa con cui ciascuno diventa sentinella del proprio posto in coda, rivela l'istinto di sopravvivenza in tutta la sua aggressività. Siamo passati, in un salto quantico, dalla dolcezza caramellosa del reparto bebè, alla pugnace conservazione della specie, in meno di venti metri lineari.
La fila indiana, che solo i bambini hanno il coraggio di sparigliare, segue lentamente il suo decorso, aumentando proporzionalmente col passare del tempo, fame e istinto animalesco. Nel frattempo, con una tecnica meditativa, osservo il menù, giustappunto al fine di rendere l'attesa, una sorta di preliminari amorosi, che culmineranno con l'orgasmo della masticazione e della deglutizione. Questo prevede anche una parte dedicata ai vegetariani. (E qui dovrei uscire dal tono supponente e aprire una parentesi seria. Mi chiedo se avere una porzione di menù dedicata ai vegetariani sia sintomo di civiltà, di modernità, di opportunismo commerciale. Mi rispondo che è tutto questo insieme, che da vent'anni a questa parte, da quando cioè non mangio carne e pesce, il livello di offerta si è decisamente alzato, e fare questa scelta, che sarebbe seria e che meriterebbe un post a sé, non è più un'impresa pionieristica, ma, appunto, una semplice scelta. Concludo che non ho risposte precise, ma che mi fa piacere ci sia questa opportunità: sì, il piacere non è escluso dalle scelte alimentari).
Alla fine decido che, porco corpo!, oggi è la giornata che mi vaffanculo da me: porcherie insane, in mente insana! Patatine fritte e arancino di riso, acqua, macedonia.
Pago, mi avvio verso un tavolo libero alla periferia estrema. Dopo un pò si siede accanto a me una coppia omosex molto raffinata, che mangia lentamente e in silenzio il suo pasto decisamente più urbano del mio, lanciandomi talvolta occhiate condiscendenti.
Mangio per la fame, ma ammettendo a me stesso che il pasto è orripilante, e che soprattutto le patatine fritte con olio svedese, sono fredde e frigidine, contrariamente alle mie aspettative voluttuose. Consumata la misera libagione, confermata nella sua sostanza miserabile da una macedonia post-industriale, dopo essermi dovuto genuflettere per depositare il vassoio sopra cui avrei volentieri sputato se avessi sciolto il ridanciano coatto che mi abita, ma di cui mi vergogno, almeno in pubblico, sono stato ripagato da una visione celeste: la gabbia trasparente per i fumatori. Situata tra il reparto, le toilettes e il self service, c'è la vetrinetta del peccato, all'interno della quale un paio di padri di famiglia abbastanza giovani consumano il loro vizio, essendo guardati da tutti, e guardando a loro volta la massa di consumatori alternativi. Dei due, uno fumava nervosamente, consumando la cicca in poche tirate, formando una brace ardente lunga quanto la lunghezza della sigaretta, mentre l'altro, sciarpetta, occhiali da sole, si faceva su una sigaretta lentamente, leccando la cartina come fosse lo spot di un profumo in cui si allude a una sensualità potenziale, un pò esibita, ma al tempo stesso misteriosa.
La gabbia sembra una perversione concettualizzata, una ostentazione pornografica del dualismo bene-male. Mentre ci passavo vicino, ho sentito un dialogo tra un padre già nonno, e sua figlia incinta: "sento nettamente il desiderio di entrarvi, fare su una canna, fumarla, vedere se qualcuno se ne accorgerebbe, e cosa  farebbe: insomma, vere l'effetto che fa. Ma ci vuole un'età, una voglia di provocare, la materia prima, che proprio non possiedo; e tu non mi perdoneresti mai, vero?". La figlia-mamma guarda il padre-nonno con severità, e tace.
Nei bagni, coda. La signora delle pulizie sta passando lo straccio sul pavimento già lindo. Una volta entrato nei cinque metri quadri pulitissimi e profumati di detergente alla spuma di mare del nord, sulla destra, il seggiolino dotato di cinture di sicurezza ove appoggiare il bimbo, qualora il moderno padre del nord (est) portasse con sé il suo pargolo, mentre si libera di incombenze biologiche. Sensazione estatica all'interno di un cesso: sentirsi liberi dalla psicosi da pedofilo che pregiudica la naturalezza del gesto affettivo. Esco, mi lavo le mani, accanto a me un padre italiano consiglia al figlio di colore di essere sempre se stesso.
Ora tocca al piano terra.
Casalinghi, tendaggi, tappeti, quadri, candele, mobili da bagno.
E poi il magazzino dei mobili smontati: infinite scaffalature, alte almeno due piani, ordinate secondo codici e nomi con accenti circonflessi dai tratti prosodici, dalla lunghezza lungimirante.
Pago la mercanzia con carta di credito, consapevole della crescita futuribile del mio debito, ma sto al gioco moderno con equilibrio da artista fallito.
Ultima tappa, lo shop delle delizie svedesi. Mentre mi aggiro tra versioni psichedeliche di colesterolo in bella confezione, scoppia una lite.
Una signora con bimbo e marito, litiga furiosamente con un marito con figlio e moglie, in quanto quest'ultimo avrebbe pensato a voce alta parole volgari, che la signora ha creduto le fossero rivolte contro. Sguardi tesi, volti arrossati, imbarazzo generale, occhiate giudicanti.
La natura compressa all'interno di uno spazio chiuso, fuoriesce come schiuma dalle bocche, dalle orecchie, dalle narici, da ogni orifizio: il corpo si esprime così, per tumulto, se lo si ignora.
In parcheggio pare di riconquistare la libertà di salire in auto e infilarsi nel traffico del centro commerciale.
La musica di Antony s'infila nelle pieghe più recondite con delicatezza, accogliendo, finalmente, la sera.

venerdì 2 novembre 2012

ikea, il giorno dei santi: appunti sparsi sul marketing proiettivo gentile. parte 1

PARTE 1

Ikea, giorno dei santi.
Andare a ikea in un giorno festivo è una scelta netta: si sa già cosa si troverà, come si starà in mezzo alla folla, e si deve, come nel mio caso, girarla in positivo, pensando che si avrà un laboratorio antropologico e sociologico di tutta eccezione, e una matitina con cui prendere appunti; tutto ciò, per non soccombere al flusso di simpatia che il marketing, strepitoso e indubbiamente riuscito, ha inscenato e concretizzato in ogni centimetro quadrato di questo contenitore di voglie e ipotesi estetiche.
L'ikea del nord est è uguale a tutti gli altri, in tutto il mondo. Si caratterizza per essere promotore di novità sfiziose, inutilità ineccepibili, robetta carinissima, intelligenti soluzioni a nessun problema; il tutto, questo sì, a prezzo contenuto.
Si arriva, si parcheggia, si entra. Da subito capisci che l'ambiente è amichevole: matitina, foglietti per gli appunti- cod, prezzo, nome, misura degli articoli-, metro in carta, catalogo da restituire all'uscita. Sali al primo piano: sulla destra il self service- di cui dopo parlerò-, sulla sinistra l'inizio del giro.
Appena entrato in reparto, dove divise per eree tematiche ci sono tutti gli ambienti domestici, vieni accolto da una serie di camerette arredate di tutto punto. Si prosegue seguendo un percorso a zig zag che, in caso uno smarrisca se stesso a causa dell’affollamento di stupore che ti coglie ogniqualvolta intravedi un’idea che non ti era mai venuta ma che è davvero geniale e che dimostra in tutta evidenza quanto tu sia uno che non pensa mai che per vivere meglio qualche idea geniale ogni tanto ti farebbe bene.
Mentre il vociare, i commenti, gli sguardi degli avventori ti costringono ad una posizione angolare, ti fissi su alcuni particolari. Ad esempio: simulazione di camera con libreria. Tu guardi naturalmente la libreria notando con l’ennesima botta di sorpresa, che hanno sostituito i libri finti di un tempo, con libri veri. Matitina in mano, pensi di segnarti gli autori, giusto per il gusto di capine un pò di più degli svedesi tipo; ebbene, con tua grande stupefazione, noti che ci sono degli autori che non conosci in quanto svedesi – cosa conosci degli autori dell’europa del nord, eh? Hai il coraggio di confessare davanti a tutti che ne sai davvero poco o niente?-, trovi un libro della Fallaci tradotto, e una caterva, diciamo pure la metà dei titoli presenti, di P Roth – e dai, hai coraggio di dire davanti a tutti che tutti i libri che hai letto di P Roth ti sono piaciuti davvero tanto, o per caso te ne vergogni?-.
Prosegui, protetto dal tuo isolamento indagatore.
La maggior parte dei clienti è formata da coppie. Coppie di ogni genere: lei e lui, lui e lui, lei e lei, lei e lui e i bambini, lei e lui e i suoi di lei. Tutti, senza distinzione di fede, sesso, etnia, si dividono in chi è interessato e discute e prende appunti e ragiona ad alta voce sulle infinite possibili combinazioni, e chi non ne può più e agogna se non l’uscita, almeno la mensa.
Il giro prosegue, e vieni colto da tenerezza vedendo negli occhi di molti che c’è chi sogna una vita futura, che vive ancora uno stato di grazia pre-equitalia, che sta aspettando la sentenza della banca per sapere se gli darà il mutuo, oppure chi pensa a come fare ad arredare la sua casa in affitto. Il tasso di tenerezza è in effetti molto alto, a tal punto che, a voler approfondire lo sguardo, non si può non cogliere che ikea profetizza un futuribile benessere, disegna i contorni di un nido d’amore, ipotizza una felicità pret a porter, vagamente popolare, forse perfino populista di sinistra, nonostante il fatto che girava la voce che il proprietario avesse simpatie filo naziste. La società moderna, basata sull’indebitamento a vita, qui ha una sua speciale dolcezza, una sua concreta trascendenza, una metafisica zen del montaggio dei propri mobili leggendo attentamente le istruzioni come diceva Pirsig. Ti colpisce la solidità dello sguardo di alcune donne, che sembrano vedere quel che tu non vedrai mai, e che con gesti e parole pensano, prefigurano,  disegnano l’intera casa a partire dalle suggestioni che i designer ikea offrono a profusione.
Dopo i vari reparti, si arriva a quello che viene annunciato, da un arco posto in una struttura in plastica, che evoca un parco giochi, quello che nel nostro immaginario collettivo è “il più importante di tutti”- scritto proprio così-: la zona bebé.
La riflessione che stiamo crescendo i nostri figli come se fossero dei principini, i quali, Gautama insegna, una volta che scoprono che il mondo è paragonabile a una merda fumante e puzzolente, e non a un cartone animato dove tutto è rosa, o dove il bene vince sempre sul male, si incazzano, ci sbattono in case di riposo simili a lager, ci lasciano soli con la nostra sempiterna noiosa routine, sempre che l’alzhaimer non ci abbia prima ridotti a esseri inumani.
Il reparto pullula di bellissime future mamme, di pance tonde, di delicatezze e attenzioni, di gridolini, di capriole, di rosa e azzurro, di cantilene. Ci si può dimenticare di tutto, qui; si può per qualche minuto nuotare nel liquido amniotico delle nostre proiezioni, nei giuramenti di fedeltà, nella devozione di chi percepisce che l’amore genitoriale supera tutto, finanche la fede per la squadra del cuore. Le mamme e le nonne sono efficienti, precise, determinate; i papà manco si accorgono che i giuramenti che hanno appena pronunciato in forma di soliloquio silenzioso, sono dovuti alla bolla ipnotica di strateghi svedesi.
La fame però incombe.
Dopo i mobili intelligenti, si arriva alla mensa; pardon: al self service.  


mercoledì 31 ottobre 2012

Festival dei matti, corpo, cà tron, e la festa che non c'è


In occasione del festival dei matti, si doveva svolgere una festa di presentazione e raccolta fondi. Per ragioni con cui non voglio tediarvi, ma che sono legate al lento decorso di questioni burocratiche, la festa non si è fatta. Ci doveva essere un concertino, un'esibizione di ballo, una mia lettura.
Oltre al racconto, avrei letto questa premessa.


Quando penso al "festival dei matti", al significato letterale, a quello metaforico, a cosa penso?
Non so se riuscirò a rispondere in modo coerente; in un certo senso, non rispondo di quello che penso, perché il pensiero è un coacervo di sintomi, automatismi, saperi, abitudini, ecc. Per cui, quello che penso, non sono io, ma una somma algebrica di personalità convinte di essere autonome, svicolate dalle regole, libere da ogni condizionamento, benché sappiano che così non è. Il festival dei matti mette in scena lo smascheramento di queste credenze di cui tutti sono convinti, nonostante l'evidenza dica, nei momenti in cui ci concediamo confidenza con noi stessi, che così non è.
Si diceva con Anna che il matto è una persona che prende sul serio ciò che gli succede, scegliendo di non ignorarlo. Oppure ricordo quello che diceva Galimberti, o Basaglia, o Rotelli o altri che pare abbiano capito che non c'è niente da capire sulla follia, perché risponde solo al bisogno di controllo assoluto da parte delle istituzioni, eperché questa non è altro che la normalità di cui tutti siamo portatori, riuscendo però a non esserne vittime.
Sposo l'idea che siamo tutti abitati dalla follia, solo che abbiamo imparato a conviverci, a gestirla, a ridurla a silenzioso soliloquio interiore.
Sfido tutti a fare un esperimento: ci si sieda, si prenda un foglio e una penna, si scriva tutto ciò che passa per la testa per un minuto o due: risultato? TSO!
Uno dei modi per ridurre la follia civile in cui tutti siamo immersi, è quello di scegliere di condividere, di frequentare, di stare con gli altri. Non sto semplificando, riducendo il dolore a macchietta: mi riferisco agli stadi che precedono gravi episodi che necessitano di interventi specialistici. Mi riferisco piuttosto alla quotidianità, alla vita di tutti i giorni; quella che tutti, in misura diversa, subiamo. Penso ai rapporti sociali, gerarchici, lavorativi, amorosi, amicali: quanti ne salveremmo se potessimo scegliere? Quanto di ciò cui siamo circondati, ci appartiene? Quanta intimità abbiamo coi nostri amici, coi nostri amori, coi figli, coi parenti, coi colleghi, con le abitudini, con noi stessi? Fino a che punto riusciamo a stare coi nostri impulsi, con le nostre paure, con le nostre fantasie, senza giudicarle, catalogarle, classificarle? Quanta libertà concediamo a ciò che siamo davvero?
E non sto facendo filosofia spicciola, o psicologismi da rivista; sto proprio riferendomi a situazioni concrete, reali. Sto pensando che se avessi un momento di sconforto, un dolore passeggero, una felicità da poco e riuscissi ad autorizzarmi a raccontare, a comunicare, la mia vita sarebbe più libera, più leggera, più umana.
E invece ho accettato le sovrastrutture, le finzioni, le mascherate, i giochi di ruolo, e li ho trasformati, pian piano, convintamente, in realtà.
La maggior parte delle malattie scaturisce da cattive abitudini, da condizioni ambientali estreme, da compromessi emotivi non elaborati, dal sacrificio della propria verità in funzione di una sopravvivenza normata da regole demenziali e asfittiche.
Sono convinto che questo cambiamento porterebbe molti vantaggi in termini di qualità di vita, e sarebbe a costo zero. Col mio lavoro sono a contatto con un progetto di social housing: si tratta, per farla breve, di un condominio in cui abitano una dozzina di anziani, due famiglie, tre giovani ragazze. Lasciando da parte la questione burocratica, chi vi accede, sa di abitare in un posto in cui ognuno ha la sua casa, la sua libertà, ma che, in caso di bisogno, non ci si gira dall'altra parte, non si fa finta di niente, non si fischietta un motivetto mentre si allunga il passo per evitare la relazione. Non posso portare dati certi, ma a quanto mi consta, la sola prospettiva di disponibilità, rende quegli inquilini, persone che convivono civilmente all'interno di un sistema che si autotutela e comunica.
Concludo raccontando la ragione per cui sono qui.
Avevo conosciuto il collettivo dei ragazzi di Cà Tron quasi per caso. Con uguale casualità mi sono interessato a ciò che facevano, a come lo facevano e ho deciso di conseguenza di scegliere questo posto per presentare il mio ultimo libro. La questione che più mi è parsa interessante, è stata quella che riguarda l'apertura del palazzo, sede universitaria che si affaccia sul canal grande, alla cittadinanza, alle realtà associative, a chiunque voglia proporre cultura, qualunque significato si  attribuisca a questo termine.
In modo diverso, ma con alcuni obiettivi simili, il progetto di Anna. Il festival dei matti, festival altro per eccellenza, per scelta, per sua intima natura, si prefigge come obiettivo quello di scendere dalle aule accademiche, dagli ambulatori specialistici, dalle stanze delle commissioni che decidono com'è un soggetto, senza che questo possa dire la sua, e far incontrare le persone per quello che sono, per le storie che hanno da raccontare, per le esperienze che hanno vissuto.
In questo senso, nel senso appunto del sapere che "si apre e si confronta" senza etichette e titoli, io vedo la similitudine.
Il sapere senza esperienza, e viceversa l'esperienza senza il sapere, rischiano di andare ciascuno per la propria strada senza incontrarsi mai, impedendo così l'incontro, lo scambio, la relazione,  creando solitudine, isolamento senza possibilità di sfogo.
Concludo raccontando il contenuto di un racconto- anche se tecnicamente non lo è: più che un racconto, è un brano di un diario,in cui si parla di una persona, che da quando si è malata, ha riscoperto la propria interezza in termini di corpo-mente-anima-, che  avrei dovuto leggere per l'occasione.
Ed è proprio il corpo, riscoperto grazie al paradosso per cui più si è malati, più ci si accorge di quanto sia prezioso, e al tempo stesso sottovalutato, stare bene.
Ed ora concludo e inizio la lettura, augurandovi un buon proseguimento di serata.
Grazie.